RecensioniThrash

TANKARD – Beast of Bourbon’ (Afm Records/Audioglobe – 2004)

Sembra quasi che i Tankard abbiano ascoltato le mie richieste…ma no, scherzo, anche perchè adoro i primi tre album del gruppo tedesco, tuttavia il mio interesse verso di loro è andato gradualmente calando lungo tutta la decade degli anni novanta, dove non ho riscontrato grosse novità in albums un po’ ripetitivi, carenti a volte di energia (complice anche produzioni non adatte) e di quel tocco in più da poter destare l’attenzione anche del thrasher più incallito.

Con il precedente B-Day avevo avuto l’occasione di rivalutare il tutto, sottolineando segnali di inaspettata ripresa e intravedendo una sorta di seconda giovinezza per Gerre e soci. Detto e fatto con il risultato di considerare il nuovo Beast Of Bourbon come uno dei migliori episodi della carriera. Seguendo in grandi linee le caratteristiche del suo predecessore, la direzione presa questa volta, tende ad appesantire i toni, diventando più veloce ed immediata, senza tanti fronzoli come è comunque tradizione del combo teutonico. Ottimo, il lavoro svolto dietro la consolle da Andy Classen, a mio modo di vedere una delle carte vincenti del nuovo corso, ottima poi la performance vocale di Andreas “Gerre” Geremia che riesce ad essere incisiva e prorompente come non mai, salutando un passato alquanto monocorde e stanchevole dopo già un paio di songs…

Ma passiamo al dettaglio di Beast Of Bourbon il quale ha un inizio col botto che non lascia scampo alcuno con un trittico di canzoni incredibilmente “toste”. La prima “Under Friendly Fire” è un assalto all’arma bianca, semplice nella struttura e distruttiva nel risultato, un’opener indovinata servita come lacerante antipasto a quello che verrà di seguito proposto. L’attacco iniziale della successiva “Slipping From Reality” è di chiara “slayerana” memoria (i “tributi più o meno involontari” agli autori di Reign In Blood si ripeteranno comunque in più occasioni nel corso dell’ascolto), con ritmiche veloci e stacchi da headbanging furioso. “Genetic Overkill” insieme alla già citata “Under…” mostra il lato più serio di Gerre e soci in quanto a liriche “impegnate”, mentre “Die With A Beer In Your Hand” diventa di diritto un manifesto alla filosofia del classico birraiolo: per essa, tempi cadenzati e refrain che diventerà da oggi in poi uno dei punti fermi dei loro live set. “The Horde” spiana la strada su territori più originali o per lo meno più sorprendenti per chi conosce bene la band, tutto portato in seguito alla “normalità” da songs quali “Dead Men Drinking” e “Alien Revenge”, in pieno stile Tankard.

In chiusura, una scanzonata cover dei punksters britannici Cocksparrer per un lavoro tra i migliori dei Tankard, oltre a candidarsi come uno dei più rappresentativi album thash dell’anno.

Roberto Pasqua

Valutazione

7.5

Voto

Pros

  • +

Cons

  • -
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