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Reviews - Triskelis
:: Triskelis - Malicon - (Broken Bones Records / Ghost Record Label - 2021)
“Il tempo è uno strano maestro”, dicevano i Kina quasi vent’anni fa. Non solo, è anche piuttosto beffardo per chi assiste alle sue vicende e ne è cronista oltre che osservatore. Può l’uscita di un disco come “Malicon” rimandare alle cronache del tempo che passa? La risposta è sì, non solo per il progetto ma anche per chi – come me – sta dalla parte dell’ascoltatore (e del cronista, incidentalmente). Per prima cosa, va detto che non ho fatto in tempo a premere “play” sul recentissimo comeback dei Triskelis di Sergio Vinci che è giunta la notizia del ritorno di quella che può essere definita la sua “band madre”, i Lilyum. In seconda battuta, questo “Malicon” arriva a pochissimo tempo dall’uscita del predecessore “Orior”, il debutto del progetto, presentando affinità e divergenze dallo stesso. È inevitabile confrontare i due dischi, proprio perché il breve periodo intercorso tra i due ci parla di un moto continuo di creatività ma anche dello sviluppo di un processo descrittivo scaturito dall’urgenza. Vi dico subito che a mio parere “Malicon” è un deciso passo avanti nella pur breve storia dei Triskelis; un lavoro in cui il basso non è più il protagonista indiscusso ma tende a dividere la scena con un impiego dell’elettronica che è sempre più funzionale a un ipotetico intento descrittivo. Certo, gli amanti di certe sonorità e degli sconfinamenti di Sergio nel sound novantiano con i suoi tanti progetti non faticheranno a riconoscersi nel sound acido e “in your face” dispiegato da “Gomam”, la prima traccia vera e propria che segue l’intro “Inrot”, nonché nella percussiva “Mosar”, in cui l’uso delle tastiere mi ha ricordato i primi esperimenti in tal senso fatti dai Glacial Fear: spigolosi ma a loro modo affascinanti. Il buon uso dell’elettronica, decisamente affinato, guida con mano sicura l’incedere di “Amot”, l’approccio industrial metal di “Noesi” e la coda voivodiana di “Tiev” – dove è appunto quel sound familiare a tutti gli estimatori di Blacky a tenere banco. Affinità e divergenze, dicevamo... l’uso dei titoli parla da sé, dando un flavour zorniano alla tracklist laddove il predecessore giocava intorno alla circolarità e al fatale numero diciannove (come avevamo appurato in sede di intervista); e a proposito di numeri, è doveroso notare come anche qui le tracce presenti siano otto, per un minutaggio che si attesta ancora una volta poco sopra la mezz’ora. Personalmente, ho trovato una piacevole conferma di quanto già sistematizzato in precedenza, con alcuni elementi di rimando che emergono nella parte conclusiva del lavoro: si ha appunto l’impressione che la title track e la conclusiva “Ruatt” ricordino (per motivi diversi) le atmosfere del debut più da vicino, pur in un contesto più maturo dal punto di vista degli arrangiamenti che si esplica nella costruzione “ragionata” di “Malicon” e nelle secche bordate di “Ruatt”. La palla passa a voi, ascoltatori puri e liberi dal compito del cronista; per parte mia mi aspetto che il percorso dei Triskelis ci regali almeno un terzo capitolo, in un futuro che ci è quanto mai impossibile prevedere.
Voto: 7/10
Francesco Faniello

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:: Triskelis - Orior - (Broken Bones Records / Ghost Record Label - 2020)
Qui a Raw & Wild abbiamo spesso parlato di quelle soluzioni care a chi decide di fare della sperimentazione non solo una definizione da aggiungere alla propria presentazione, ma una vera e propria scelta artistica, anche a costo di percorrere vie ostiche e poco comprensibili alla “massa”: abbiamo spesso enumerato i progetti di Enio Nicolini, eclettico bassista avido di collaborazioni con altri artisti sulla sua stessa lunghezza d’onda, o ci siamo fatti cullare spesso e volentieri dalle produzioni LADLO, non disdegnando affatto le suggestioni dark/wave che si celano dietro le pieghe dei progetti con radici ben piantate nell’extreme metal. Lo stesso si può dire di due progetti che abbiamo seguito con vivo interesse, i Lilyum e gli Oigres, entrambi torinesi e sostanzialmente espressione di un unico mastermind, Sergio Vinci. In una continua ricerca musicale mossa dalla pura e semplice passione, stavolta il polistrumentista ci presenta un gruppo tutto nuovo, i Triskelis. La particolarità di un disco come il debutto “Orior” è quella di muoversi in direzione opposta a quell’etica di “aggiunta” di elementi che spesso anima le sperimentazioni, tanto che stavolta la parola d’ordine è quella di sottrarre, ridurre al minimo, all’essenziale. Via dunque le voci e le chitarre, due fattori che ci sembrano tuttora imprescindibili pur all’alba del settimo decennio del rock, per lasciare spazio semplicemente a sequencer, batteria elettronica e al basso. Soprattutto al basso, che qui diventa lo strumento principale, grazie anche a un lavoro di sovrapposizioni che rende il tutto sufficientemente corposo dal punto di vista dell’impatto sonoro, senza per questo che si debba gridare all’intento virtuosistico. Tutt’altro: le otto tracce di “Orior” parlano di atmosfere recondite, apparentemente distanti ma rese “urbane” dal pigiare sulle quattro corde con l’ausilio di distorsori e flanger, riuscendo così a costruire partiture altrimenti riservate ad altri strumenti, in qualsiasi genere musicale. Sulle prime, dinanzi a una progressione graffiante e percussiva come quella di “XIII” o dell’incalzante “XVII”, è impossibile non pensare a Umberto Palazzo o ai primi Marlene Kunz, e in genere a quegli intenti di rottura propri della scena italiana degli anni ’90 di cui avevamo già trovato tracce nella recensione agli Oigres (che gran figurone ci avrebbe fatto un inserto di sassofono, alla maniera dei conterranei Panico); eppure, l’uso minimalista ma efficace dei sequencer aggiunge quel quid che ci in parte ci rimanda alle nuove suggestioni di cui sopra. Non tutto viene combinato nella maniera ottimale, ma basta attendere “XV” per sentire il risultato della miscela di più bassi, per poi tornare a ricevere le dovute sferzate con “XVI”, fino alla chiusura del cerchio a opera dell’outro. Voglio poi aggiungere un’osservazione: contrariamente a quanto si possa pensare, l’ascolto di “Orior” propizia una presentazione live di questi pezzi, che sarebbe l’ideale per dispiegare e individuare nuove direzioni per un progetto già ambizioso di suo, allargandone l’organico. Ambizioso e misterioso a partire dalla scelta dei titoli... chissà poi che il sorgere della triscele non abbia proprio questo significato “circolare” che appare nella struttura del disco...
Voto: 7/10
Francesco Faniello

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