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Reviews - Triskelis
:: Triskelis - Orior - (Broken Bones Records / Ghost Record Label - 2020)
Qui a Raw & Wild abbiamo spesso parlato di quelle soluzioni care a chi decide di fare della sperimentazione non solo una definizione da aggiungere alla propria presentazione, ma una vera e propria scelta artistica, anche a costo di percorrere vie ostiche e poco comprensibili alla “massa”: abbiamo spesso enumerato i progetti di Enio Nicolini, eclettico bassista avido di collaborazioni con altri artisti sulla sua stessa lunghezza d’onda, o ci siamo fatti cullare spesso e volentieri dalle produzioni LADLO, non disdegnando affatto le suggestioni dark/wave che si celano dietro le pieghe dei progetti con radici ben piantate nell’extreme metal. Lo stesso si può dire di due progetti che abbiamo seguito con vivo interesse, i Lilyum e gli Oigres, entrambi torinesi e sostanzialmente espressione di un unico mastermind, Sergio Vinci. In una continua ricerca musicale mossa dalla pura e semplice passione, stavolta il polistrumentista ci presenta un gruppo tutto nuovo, i Triskelis. La particolarità di un disco come il debutto “Orior” è quella di muoversi in direzione opposta a quell’etica di “aggiunta” di elementi che spesso anima le sperimentazioni, tanto che stavolta la parola d’ordine è quella di sottrarre, ridurre al minimo, all’essenziale. Via dunque le voci e le chitarre, due fattori che ci sembrano tuttora imprescindibili pur all’alba del settimo decennio del rock, per lasciare spazio semplicemente a sequencer, batteria elettronica e al basso. Soprattutto al basso, che qui diventa lo strumento principale, grazie anche a un lavoro di sovrapposizioni che rende il tutto sufficientemente corposo dal punto di vista dell’impatto sonoro, senza per questo che si debba gridare all’intento virtuosistico. Tutt’altro: le otto tracce di “Orior” parlano di atmosfere recondite, apparentemente distanti ma rese “urbane” dal pigiare sulle quattro corde con l’ausilio di distorsori e flanger, riuscendo così a costruire partiture altrimenti riservate ad altri strumenti, in qualsiasi genere musicale. Sulle prime, dinanzi a una progressione graffiante e percussiva come quella di “XIII” o dell’incalzante “XVII”, è impossibile non pensare a Umberto Palazzo o ai primi Marlene Kunz, e in genere a quegli intenti di rottura propri della scena italiana degli anni ’90 di cui avevamo già trovato tracce nella recensione agli Oigres (che gran figurone ci avrebbe fatto un inserto di sassofono, alla maniera dei conterranei Panico); eppure, l’uso minimalista ma efficace dei sequencer aggiunge quel quid che ci in parte ci rimanda alle nuove suggestioni di cui sopra. Non tutto viene combinato nella maniera ottimale, ma basta attendere “XV” per sentire il risultato della miscela di più bassi, per poi tornare a ricevere le dovute sferzate con “XVI”, fino alla chiusura del cerchio a opera dell’outro. Voglio poi aggiungere un’osservazione: contrariamente a quanto si possa pensare, l’ascolto di “Orior” propizia una presentazione live di questi pezzi, che sarebbe l’ideale per dispiegare e individuare nuove direzioni per un progetto già ambizioso di suo, allargandone l’organico. Ambizioso e misterioso a partire dalla scelta dei titoli... chissà poi che il sorgere della triscele non abbia proprio questo significato “circolare” che appare nella struttura del disco...
Voto: 7/10
Francesco Faniello

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