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Enio Nicolini new album

Raw & Wild Rockfest IX edizione



Reviews - The Sade
:: The Sade - Damned Love - (Go Down Records – 2011)
In questi anni si sono sviluppati numerosi progetti direttamente o indirettamente legati agli OJM. Questi The Sade, per esempio, nascono dalla mente di Andrew Pozzi, già chitarrista della band trevigiana. Nati nel 2008, un Ep omonimo nel 2009, tanti concerti e ora il primo full lenght, Damned Love. L’album raccoglie 13 pezzi nuovi e vecchi all’insegna di un rock and roll ora nervoso, ora psichedelico, ora dalle tinte dark. Se durante l’ascolto della prima traccia, “Sadism”, pare che da un momento all’altro possa entrare l’ugola di Steven Tyler, in altri brani sono Ian Astbury e compagni a fare capolino. Poi si passa per i Motorhead, per la scena rock scandinava e, perché no, per gli stessi OJM. Damned Love è un album onesto che, pur non contendo brani esaltanti, si lascia ascoltare volentieri. Per i fan delle numerose band citate o semplicemente per chi si fida a occhi chiusi del marchio OJM.
Voto: 6,5/10
g.f.cassatella

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:: The Sade - Grave - (Autoprodotto - 2017)
E sono tre, come indica la scheletrica mano sulla copertina di Grave ultima fatica dei The Sade. Sempre guidati dall’ex OJM Andrew Pozzi (gran voce la sua), gli oscuri rocker bolognesi ci regalano quella che è la loro opera migliore, perché fatta di canzoni semplici e piacevoli all’ascolto. Certo, già dall’iniziale “Prayer”, una sorta di “Barracuda” delle Heart in salsa nera, è difficile sottrarsi al giochino dell’”indovina l’influenza”, ma alla fine chi se ne frega? The Cult, The Mission, The Damned spuntano di sovente tra le tra i solchi di III, ma bisogna ammettere che i The Sade giocano alla grande con la lezione impartita da Glenn Danzig (“The Raven” e “Nyctophilia”) o col country di Johnny Cash in “Coachman”. Nelle sue nove canzoni, “Charlie Charlie” è poco più di un’outro, la band spazia parecchio, concedendosi cavalcate quasi metal in “Seek Seek Seek” e momenti più rilassati in pezzi come “Black Leather”. Come dicevo prima, è proprio questa la bellezza del disco, che si lascia ascoltare piacevolmente, non annoiando mai. Con III i The Sade hanno mostrato una maturità che nei primi due lavori forse non c’era, ed è un peccato che nessuna etichetta abbia scommesso ancora su di loro (così come capitato con i due predecessori, l’album è autoprodotto con distribuzione Pick Up, Audioglobe e CdBaby), perché i The Sade sono una band che strappa il velo di monotonia e seriosità che avvolge la scena musicale e lo sostituisce con un bel drappo nero. Vuoi mettere?
Voto: 8/10
g.f.cassatella

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:: The Sade - Grave (reissue) - (Go Down Records - 2018)
Copertina che chiarisce (o scurisce) subito che forse sarebbe meglio non aprire quella porta, o forse sì, per chi ha spirito e animo giusto per affrontare i deliziosi pericoli che potrebbero celarsi in ogni buio anfratto. Ristampa a opera dela Go Down del terzo album del trio veneto (uscito originariamente come autoproduzione nel 2017), e ad aprire le danze troviamo “Prayer”, oscura cavalcata a rotta di collo in cui gli Iron Maiden incontrano i Misfits tra stilemi Heavy Metal e crudezza Hardcore. “Raven”, arpeggio inquietante e potente ritornello, infittisce la foschia che pervaderà con nostro grande godimento tutto l’album. Peter Steele è ancora tra noi e si diverte a suonare con i Sisters of Mercy. Ancora, “Seek seek seek”, assalto hardcore memore dei primi T.S.O.L.; “Afterdeath”, basso à la Peter Hook e crescendo che culmina in coro e organo dall’oltretomba. A seguire il lascivo e peccaminoso blues “Black Leather”, e poi “Graveyard” con tanto di sonorizzazioni, urla e campane dai peggiori B movies horror anni ’50. L’esplorazione sonora non finisce qui, c’è spazio anche per il country western post mortem di “Coachman”. The Sade prendono tutte le possibili ’neritudini’ musicali che ha partorito il rock negli ultimi 40 anni e ne traggono una pozione irresistibile da bere rigorosamente in un teschio. Il Galateo prima di tutto. Ci si avvia alla fine dell’avventura (forse) e “Burnt” è non solo canzone, ma manifesto d’intenti, corale e liberatoria sarabanda di zombies rockettari che hanno alzato un po’ il gomito. Infine, prima della chiosa finale, “Charlie Charlie”, il corposo baritono di Andrew Pozzy ci blandisce e ipnotizza e siamo coscienti con “Nyctophilia” che alla fine di questo viaggio non rivedremo la luce. Ma non è forse questo che tutte noi creature della notte segretamente desideravano quando abbiamo varcato questa soglia? Ben suonato, prodotto e finemente arrangiato, pollice in alto per The Sade e che le tenebre siano con voi.
Voto: 7,5/10
Mirko D’Ambra

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:: The Sade - II - (Go Down Records - 2013)
The Doors, The Cult, Danzig, Misfits, Black Sabbath, Stranglers. L’elenco delle band che fanno capolino nei solchi di II, album che sancisce il ritorno sulle scene dei veneti The Sade, potrebbe continuare per un bel pezzo. L’operazione sarebbe possibile, però alla lunga potrebbe sminuire il valore intrinseco dell’opera, perché se è vero che questo lavoro è ricco di influenze, è anche vero che l’amalgama finale è più che piacevole, una sorta di punk/rock dall’accentuata vena dark e che non disprezza il groove. Di tutto e di più, in pratica la ricetta che aveva reso interessante il debutto del 2011, andandone però a migliore la resa finale, superandolo così qualitativamente di almeno una tacca. Questa costola degli OJM è divertente e oscura, ricca di humor, una sorta di mosca bianca nella seriosa scena rock italiana. Ancora una volta è la voce di Andrew Pozzi a incantare, potente, oscura e calda. Uno dei migliori singer in circolazione, capace di annientare anche gli aspetti negativi di questo album (in primis quella fastidiosa sensazione di già sentito). Non un capolavoro, però II resta un disco da ascoltare più e più volte, magari durante un festino bondage o una seduta del Tribunale della Santa Inquisizione.
Voto: 7/10
g.f.cassatella

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