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Reviews - The Night Flight Orchestra
:: The Night Flight Orchestra - Amber Galactic - (Nuclear Blast - 2017)
Che volete che vi dica, che non vi ho già detto, o che magari non sapete già? “Amber Galactic” dei The Night Flight Orchestra era tra i dischi da me più attesi di questo periodo, anzi lo era sin da quando la Nuclear Blast aveva annunciato, un bel po’ di mesi fa, di aver messo sotto contratto il lussuoso supergruppo scandinavo. Cosa è cambiato, rispetto ai tempi del deal con la nostrana Coroner Records? Nella sostanza, nulla: chi come me aveva amato “Internal Affairs” e “Skyline Whispers” su questo disco troverà esattamente la stessa formula sagace che aveva decretato il successo dei precedenti: AOR, hard rock e disco/new romantic miscelati a profusione, con quei coretti e quegli assoli anthemici che la stessa band ha definito demodé e “non necessari” ma che sono proprio ciò di cui non si può fare a meno, in un disco del genere. Insomma, se ci stai dentro ci stai dentro fino in fondo e anche questa volta il lotto di grandi canzoni non manca, un po’ come se fossimo tornati ai tempi di band come Alcatrazz, Rainbow era Turner o tutta la galassia pre-hair, pre-glam, insomma prima che si iniziasse a prendere tutto dannatamente sul serio e a circoscrivere tutto in categorie opposte (thrashers contro glamsters e così via). Dicevo di cosa fosse cambiato con l’approdo alla Nuke: la forma, appunto, con una serie di promo clip che vanno dal cartone animato futurista (di quel futurismo in voga tra ’70 e ’80, ovvio) di “Gemini” fino alla genialata di “Something Mysterious”, realizzato in qualità VHS con tutte le sgranature del caso! Tanto per dire la mia, oltre ai summenzionati ho particolarmente apprezzato l’opener “Midnight Flyer”, classica cavalcata hard rock, e la danzereccia “Domino”, con il solito flavour Kiss che ogni tanto fa capolino nei dischi a firma The Night Flight Orchestra; “Amber Galactic” però è sicuramente un disco che cresce col tempo, proprio come i predecessori, e personalmente potrei citarvi brani come “Transatlantic Blues” o “The Heather Reports” come miei attuali preferiti della discografia precedente, un’opinione non proprio coincidente con quella espressa in sede di recensione (da me o dal buon Giovanni Clemente!). Quindi, ascoltatelo e non ponetevi troppe domande: se “Jennie” vi sembra troppo pomposa, c’è sempre l’ottimo rifferama in stile rock’n’roll scandinavo di “Star Of Rio” o “Gemini” a controbilanciare il tutto e a farvi fare miglior figura con i vostri amici intellettuali. Se avevo concluso il pezzo su “Skyline Whispers” dicendo di aver trovato il disco dell’estate, ora so che anche i mesi più freddi potranno beneficiarne...
Voto: 9/10
Francesco Faniello

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:: The Night Flight Orchestra - Internal Affairs - (Coroner Records - 2012)
I The Night Flight Orchestra pubblicano “Internal Affairs”… ma chi sono i “The Night Flight Orchestra”? È un side project di Bjorn Strid (voce dei Soilwork) e del bassista Sharlee D’Angelo (Mercyful Fate, Arch Enemy, etc…), un progetto nato dopo qualche birra (di troppo?); precisiamo subito che qui non c’è niente, ma assolutamente niente che riconduca il sound di questo bel progetto alle rispettive band madri! Si, infatti i “The Night Flight Orchestra” suonano come si suonava a cavallo tra la fine dei settanta e gli inizi degli anni ottanta, “It’s rock’n’roll”! Il disco è prodotto bene e anche se qualcuno storcerà il naso (soprattutto per chi si aspettava un prodotto più “grezzo”) si fa apprezzare già dalle prime note. L’unico anello debole del disco è l’eccessiva lunghezza dei brani; sinceramente alcune tracce potrebbero stancare (per chi non regge le canzoni oltre i quattro/cinque minuti), ma per fortuna, e grazie anche ai continui cambi di tempo, i nostri riescono a non tediare l’ascoltatore. E vogliamo parlare della voce di Bjorn? È fantastica, lontana dallo stile dei Soilwork – davvero sorprendente, bravo! Questo è un album per gli ascoltatori a 360°, che non disdegnano le melodie e il buon rock, il vero rock che ha dato tante emozioni negli anni passati. Bisogna solo capire se è una strategia di mercato – visto il revival delle sonorità classiche del rock – o se è vera passione… ma per capirlo, bisognerà aspettare il seguito di “Internal Affairs”! Per adesso mi godo questo disco… e lo consiglio davvero a tutti. Buon ascolto!
Voto: 7,5/10
Giovanni Clemente

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:: The Night Flight Orchestra - Skyline Whispers - (Coroner Records - 2015)
Apparentemente, la storia è sempre la stessa: un pugno di musicisti con un passato (e un presente) nelle frange più disparate della galassia extreme metal decide di metter su un progetto parallelo di classic rock, così, per puro divertimento. La maggior parte delle volte la cosa riesce anche bene, complice il comunque invidiabile livello tecnico dei membri coinvolti nonché i rispettivi background, costruiti a colpi di dischi usciti negli anni ‘70 e ‘80. Se dunque a certi livelli è apparentemente semplice sfornare un divertissement discreto e in grado di far breccia nel cuore dei fans più attenti a certe sonorità, capita talvolta che gli sforzi succitati siano una copia sbiadita dell’originale, qualcosa di cui non si sentiva realmente il bisogno, e che fortunatamente rientra nei ranghi al “ritorno all’ovile” di ognuno dei personaggi coinvolti, magari pressati dagli impegni schedulati per le band madri. Eppure, qualche volta la ciambella riesce davvero col buco, nonostante le premesse non proprio esaltanti di cui sopra. È il caso del progetto The Night Flight Orchestra, nato dalle mani di Strid e Andersson dei Soilwork, con l’apporto di un pugno di musicisti tra cui spicca il prezzemolino Sharlee D’Angelo (Arch Enemy e Spiritual Beggars, con un importante passaggio nei Mercyful Fate degli anni ‘90), e con il preciso intento di ricercare e riprodurre l’elemento “classic” nelle composizioni che hanno fatto sognare intere generazioni nate “on the road”; “Skyline Whispers” è il loro secondo disco, dopo “Internal Affairs” del 2012. Con un nome così, poi, che ricorda da vicino gli Electric Light Orchestra, la formula sembra completa e perfettamente prevedibile; ebbene, ecco che nell’ampia tavolozza dispiegata dal sestetto qualche colore va oltre gli obiettivi prefissati e supera quella che in origine era una linea di demarcazione invalicabile, quella tra la galassia hard rock e il mondo fatato del new romantic. Proprio così: dopo aver tanto pontificato su queste pagine sulla recente convergenza tra il dark wave e i dettami di Simon Le Bon, mi ritrovo a registrare come questi scandinavi abbiano decisamente lanciato un altro ponte di collegamento tra l’heavy (con puntate nell’AOR, ma pur sempre heavy) e quello che i più attempati ricorderanno come l’incarnazione dell’acerrimo nemico, fatto di spalline, copertine di “Cioè” e simili. Già allora la realtà era ben diversa (tra le stesse file di Duran Duran e soci si nascondevano a volte discreti strumentisti), figurarsi ora che dall’alto della sua cattivissima pelata il buon Björn Strid fa il verso, oltre ai soliti Coverdale e Turner, persino al sommo Tony Hadley, citato a profusione su episodi del calibro di “Living For The Nighttime” e “Stilletto”. Il risultato? Imperdibile, proprio come un Negroni sbagliato o qualsiasi altra cosa nata originariamente per una funzione per poi assumerne un’altra: il tutto si dipana tra tastiere alla Demon, cavalcate vellutate e mai troppo marcate (come non citare “The Heather Reports”?), sampler di trilli degli stessi telefoni presenti nei video di Wham! e Whitesnake. E a proposito di Serpente Bianco, buona parte dell’intento compositivo dei The Night Flight Orchestra è incentrato su quella che chiamo “sindrome da terzo pezzo dei Whitesnake”… cos’è? Basta ascoltare “Don’t Break My Heart Again” e “Standing In The Shadow” di Coverdale e soci per capirlo: focus sul cantato e sulla melodia con gli altri strumenti a fungere da comprimari, proprio come avviene nel pop ma con un sostrato indiscutibilmente hard rock. Dopo la doverosa parentesi, fugo subito i dubbi del malcapitato lettore assetato di classic rock/AOR, assicurando che “Skyline Whispers” non tradisce di certo le aspettative dei più intransigenti in quest’ambito, a partire dagli emblematici titoli delle tracks per giungere alla musica. Basti ascoltare l’opener “Sail On” e “Lady Jade” per tornare con la mente ai solchi dei dischi dei Rainbow con Joe Lynn Turner, “All The Ladies” per richiamare i fasti dei Kiss (e non poteva essere altrimenti, dato il titolo!) anche grazie ad un assolo che fa il verso al miglior Frehley, e le rocciose “Spanish Ghost” e “Demon Princess” in cui i Deep Purple (epoca 1974, per intenderci) fanno gradito capolino, con il solito Strid a far sì che la formula resti fresca e non eccessivamente derivativa. Dunque, attenzione alla tradizione ma anche un senso della melodia non conforme ai dettami del genere (e infatti mancano qui i classici urli di battaglia alla Gillan, se si eccettua la già citata opener), ben espresso anche negli intermezzi strumentali disseminati nella scaletta, come la stessa title track. Un gran disco, che forse avrei apprezzato ancora di più se fossi stato un conoscitore dei Soilwork, magari godendomi l’effetto straniante conferito dal sentire i propri beniamini esprimersi su territori inconsueti. Personalmente, ho trovato la colonna sonora dell’estate… e voi?
Voto: 9/10
Francesco Faniello

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:: The Night Flight Orchestra - Sometimes The World Ain’t Enough - (Nuclear Blast - 2018)
Il mondo non basta, diceva James Bond, cui facevano eco Shirley Manson e i suoi Garbage. In modo più sfumato, Strid e soci fanno ora notare che forse, a volte, il mondo non basta davvero, e lo scrivono a chiare lettere sulla copertina dell’attesissimo comeback a firma The Night Flight Orchestra. Che abbiano trovato la formula per pescare negli spazi siderali le melodie che mancano al nostro caro, vecchio pianeta per completare la loro pomposa e ambiziosa missione? A giudicare dal cover concept degli ultimi dischi, il concetto sembra più o meno quello. Comunque sia, rieccoli, puntuali come un orologio scandinavo. Come dite, era svizzero? Volete che gli scandinavi non realizzino manufatti precisi, un po’ come quegli indistruttibili telefoni cellulari che per anni hanno dominato il mercato? Dicevo della puntualità... ci ho fatto caso, ogni disco dell’Orchestra è uscito all’inizio dell’estate, a mo’ di tormentone – e avrebbe proprio le carte in regola per esserlo! Avevo teorizzato da tempo l’unione tra hard rock anni ’80 e new romantic, individuando nei The Night Flight Orchestra quelli che potevano essere gli alfieri di un simile connubio. Solo un abbaglio? Come si spiegano allora l’eccesso di elettronica in “Turn To Miami”, il basso in stile Duran Duran di “Paralyzed” (che non avrebbe sfigurato nel periodo Mark IV dei Purple), nonché le tastiere da film dei pomeriggi estivi della title track, sorrette da roboanti ritmiche nello stile di Peter Criss?Come sempre, un disco degli svedesi è come un juke box di inediti che si fanno strada negli antri della memoria e divengono subito familiari: ne è esempio la vellutata e caramellosa “Lovers In The Rain”, l’efficacissima “Can’t Be That Bad” (dal taglio che più a stelle e strisce non si può), per non parlare di “Barcelona”, in cui l’eredità dei Rainbow degli anni ’80 è portata all’ennesima potenza, ma con qualcosa di ancora più sfrontato rispetto alla coppia di lusso Blackmore/Turner. Insomma, “Sometimes The World Ain’t Enough” vince e convince perché è esagerato, ma anche perché ascoltandolo sembra di riavere in mano i vecchi Topolino o di gustare qualche gelato perso nella memoria dei cartelloni dell’Eldorado, di guardare i cartoni animati su Telenorba o Odeon (sarà un caso, ma in questi giorni ho di nuovo la fissa per He-Man!). Ok, l’amarcord fa tanto, ma la fattura è indiscutibilmente su livelli alti e sempre più “curati”; a “The Last Of The Independent Romantics” va il compito di chiudere la tracklist giocando la carta della semisuite con qualche influenza prog (in particolare, quelle dei Genesis anni ’80, neanche a dirlo), restituendoci ancora una volta l’immagine di una band che sta giocando le proprie carte nella maniera migliore, almeno a parere del sottoscritto. Unico neo è che forse gli episodi hard/prog sono pochi rispetto al passato, eccezion fatta per l’ottima opener (come sempre) “This Time”... comunque sia, più i Nostri sono ruffiani più colpiscono nel segno, perciò godiamoceli così come sono, cercando magari di intercettarli dal vivo per la loro (prossima) prima calata italiana!
Voto: 9/10
Francesco Faniello

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