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Reviews - Svartanatt
:: Svartanatt - Svartanatt - (The Sign Records - 2016)
Stavolta sono clamorosamente in ritardo, lo ammetto; non che non mi capiti mai, ma questa volta sono stato in grado di iniziare a scrivere la recensione di un debut album proprio nello stesso periodo in cui la band fa uscire il suo successore. Un traguardo ben poco invidiabile, lo riconosco... e allora, a che scopo scrivere di “Svartanatt” degli Svartanatt? Semplice: perché è un bel disco e soprattutto perché la band costituisce un’altra pietra miliare nell’affermazione della superiorità della scena scandinava in questi ultimi anni. Non mi fate ripetere i soliti nomi: varrà solo la pena di ricordare che, laddove gli americani sarebbero supportati da un solido background storico nell’epopea del retro rock, sono gli svedesi a vincere a mani basse sia in questa particolare “nicchia” che in ambiti leggermente derivativi (Avatarium, Ghost... ok, mi fermo qui) che comunque risultano debitori di un certo sound a cavallo tra ’60 e ’70. Questa volta, a misurarsi in un confronto che non ha né vinti né vincitori ma solo ottimi contributi alla musica “moderna” (ehm...) ci sono gli Svartanatt: un quintetto di Stoccolma il cui nome significa “notte oscura”, o “Black Night”, per i più blackmoriani tra voi. Il mood sessantiano la fa da padrone nelle dieci tracce incluse, raggiungendo i propri picchi di emulazione nelle notevoli “Thunderbirds whispering wind”, “Secrets of the earth” e “Destination no end”, che vi ricorderanno alternativamente i fasti dei Grand Funk Railroad, la liricità dei Big Brother And The Holding Company o magari gli esordi degli Accept. Sì, perché il filo del protometal corre veloce su “Svartanatt”, con le twin guitars e la batteria roboante di “Demon” che dicono NWOBHM e intanto le vocals ricordano persino il beat italiano (Corvi in primis!), mentre una scheggia come “Rocket” non avrebbe sfigurato nella programmazione di Neal Kay o nel Friday Rock Show. Ovvio che poi se mettiamo mano all’essenziale “Times Are Changing” possiamo tastare con mano le radici del rock’n’roll, qui mutuato dalla lezione dei fondamentali Hellacopters e pertanto intriso di quella svedesità cool che è sempre piacevole ravvisare tra i solchi. Insomma, un disco che puzza sia di benzina da freeway che di britannicità, ma anche di quel kraut rock forgiato da Schenker e Meine e poi esportato oltre il Baltico. Guardate il lato positivo: non dobbiamo neanche aspettare il follower di “Svartanatt”... è già qui!
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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