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Reviews - Prong
:: Prong - Power Of The Damn MiXX - (13th Planet Record – 2009)
Esce, a due anni di distanza dal cattivissimo “Power Of The Damager” il nuovo album di Tommy Victor e soci, che, altro non è, se non il remix del succitato album.
I Prong sono per antonomasia la band senza mezze misure: o la sia ama o la si odia, ma è davvero difficile, se non impossibile che possa lasciare indifferenti, ma bisogna dire che questa loro nuova release, “Power Of The Damn Mixx”, non aggiunge nulla di nuovo alla, comunque, straordinaria carriera di costoro, che possiamo annoverare, giustamente, tra i padri del metal di stampo industriale ma si limita a concedere loro un tributo di sudore e ritmo, una passerella tra luci stroboscopiche e ritmi da party in manicomio. I marchi di fabbrica del folle guru Mr. Victor ci sono tutti, dai ritmi serrati ed incalzanti a quell\'incontrollata follia, che inesorabilmente aveva caratterizzato “Power Of The Damager”. Sicuramente ci sono tre capitoli degni di nota: “Bitter Havest” remix di “The Banishment” eseguita da Clayton Warbeck (si è già distinto nella scena per alcuni remix memorabili eseguiti su brani dei Ministry), che si dimostra un musicista molto tosto, in grado di vestire “The Banishment” di nuove sonorità che rendono il lavoro piuttosto interessante. “Worst of Worst”, remix di “Worst Of It”, eseguito magistralmente da J.S. Clayton è il secondo lavoro che si è guadagnato la nostra menzione d\'onore, caratterizzata da una maestosa linea di basso eseguita da Monte Pittman, e con un sibilante fruscio di vinile che riesce a dare al lavoro un bel retrogusto retrò. Infine, sicuramente, il miglior lavoro dell\'intero album è “The Crack Remix”, “No Justice” riveduta e corretta da Jason Novak and Jamie Duffy. Questi due giovanotti di chicago sono riusciti ad inserire una nuova sezione ritmica, fatta di intrecci basso-batteria che si vanno a sposare in maniera più che perfetta con la linea ritmica di Aaron Rossi. Il riverbero con cui riescono ad impegnare la voce di Tommy, rende il pezzo davvero da casa degli orrori (mi sono voltato più volte indietro, credendo che il Buon Jason con la maschera da portiere di hockey mi stesse per assalire). Buon lavoro, consigliato soprattutto ai fan accaniti del terzetto americano.
Voto: 7/10
R. Doronzo

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:: Prong - Ruining Lives - (SPV/Steamhammer - 2014)
Non per spararla grossa a tutti i costi, ma i Prong hanno realizzato il loro disco definitivo. Appena il tempo di chiedermi che fine avesse fatto Tommy Victor dopo l’entusiasmante prova discografica di “Deth Red Sabaoth” di Danzig (nella cui formazione milita ormai da tempo) che sono qui a recensire questo bel “Ruining Lives”, follow-up di un ritorno sull’Olimpo del post-hardcore/metal già preannunciato dal precedente “Carved Into Stone”. Lasciate pure da parte la naturale diffidenza verso i calderoni di genere che lasciano presagire i miei riferimenti summenzionati, perché i Prong hanno contribuito a forgiare buona parte dei crossover a cui siamo più che avvezzi vent’anni dopo il periodo d’oro del terzetto newyorkese; dunque, chiuso il doveroso cappelletto storico, passo pure a parlare di “Ruining Lives” nello specifico. Nulla di nuovo sul fronte di chi segue da tempo le gesta di Victor e soci sul versante della sperimentazione, certo è che il combo tira fuori in questa sede alcuni dei suoi brani più convincenti, a cominciare dall’immensa “Remove, Separate Self”, pregna di questo mood scanzonato tipico dei Pitch Shifter dell’ultimo periodo… e siamo tornati alla grande nei ‘90, vai! Se l’incipit affidato a “Turnover” gioca sulle coordinate classiche della band, altrettanto fanno la strofa “liquida” di “Windows Shut” e il ritmo stoppato di “Absence Of Light”, memore dell’epica “Snap Your Fingers, Snap Your Neck”, forse il brano di maggior successo dell’intera discografia dei Prong. La versione di “Ruining Lives” in mio possesso presenta undici brani, ognuno con una sua spiccata individualità: troppi per menzionarli tutti, direi, e dunque mi accontenterò di porre l’accento sullo sparatissimo hardcore/thrash di “The Book Of Change”, uno di quei brani che mostra come la band sia da sempre legata a doppia mandata ad act storici come Slayer e Metallica, dal punto di vista attitudinale e compositivo prima ancora che dell’aderenza al genere di riferimento. Se siete ancora diffidenti, sappiate che il mio giudizio definitivo deriva dall’ascolto degli ultimi due pezzi, decisamente entusiasmanti: parliamo di “Chamber Of Thought”, con la sua strofa flippata che fa venire in mente un incrocio tra i quattro cavalieri di Frisco e l’hardcore a stelle e strisce, e “Limitations And Validations”, densa di quella maestria posseduta dalla band nel maneggiare i propri generi di riferimento. Ed è così che mi ritrovo ad esprimere lo stesso trionfalistico giudizio affibbiato all’epoca del citato “Deth Red Sabaoth”, ben quattro anni fa: sarà un caso che entrambi i dischi, pur diversissimi tra loro, vedano Tommy Victor alla sei corde? Intanto, ho capito qual è la prossima band da intercettare dal vivo…
Voto: 9/10
Francesco Faniello

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:: Prong - X - No Absolutes - (Steamhammer/SPV - 2016)
È estremamente probabile che io apprezzi i Prong ora più di quanto facessi all’epoca di dischi come “Cleansing”. E voi, cosa vi aspettate da un disco dei Prong? Io lo so: che mi stupisca e mi esalti come ha fatto l’ultimo “Ruining Lives” o come – nonostante tutto – aveva fatto il citato capolavoro degli anni ‘90. Quello che avviene con questo “X - No Absolutes” si avvicina di molto all’obiettivo, poiché siamo ancora una volta dinanzi un album di tutto rispetto, probabilmente “colpevole” solo di arrivare subito dopo un caposaldo come il fortunato predecessore targato 2014. Va poi detto che ho saltato a piè pari il disco di cover, quindi magari mi manca qualche dichiarazione di intenti lì espressa dal gruppo americano… tuttavia, per quanto privo di un brano dirompente come “Remove, Separate Self”, quest’album colpisce nel segno regalandoci quelle melodie frutto di un incrocio felice tra thrash, hardcore ed industrial secondo una formula che in tanti sarebbero in grado di sprecare, non loro. D’altronde, con un’opener del calibro di “Ultimate Authority” si può iniziare dormendo sonni tranquilli: i Prong sono tutti lì, in quella variazione con accordi aperti che dà immediato respiro ad un riff pesante e cattivo come quello posto in apertura. Potete considerare la successiva “Sense Of Ease” poco più che un episodio di maniera, con la sua miscela tra il punk e i Metallica, ma è innegabile come “Without Words” ci riporti immediatamente con i piedi ben saldi sul pianeta Prong, diffondendo nell’aria la maestria compositiva e le peculiarità della band. Peculiarità che risiedono anche nella capacità di giocare sul filo del metal senza mai abbracciarlo per davvero (e risultare “veri” e genuini nella propria unicità), come nel caso di “Cut And Dry” nonché di “No Absolutes”: ascoltatela e ditemi se i Megadeth non avrebbero ucciso per un pezzo simile nel loro periodo di maggior “stanca”. E poco importa che la conclusiva “With Dignity” risulti eccessivamente zuccherosa e che – al contrario – su episodi come “Soul Sickness” la band si arrocchi sul riffing stoppato che è il marchio di fabbrica di Tommy Victor da anni: l’assolo e l’atmosfera della variazione ci fanno dimenticare tutto in poco tempo! Meglio comunque soffermarsi su episodi del calibro di “Ice Runs Through My Veins” e soprattutto “Do Nothing” – massimo rispetto per i Foo Fighters, ma per me è così che si scrive una canzone radio-friendly! O magari la verità è che non sono esattamente la persona adatta a definire il concetto di “radio-friendly”… ma questo non scalfisce affatto il valore di “X - No Absolutes”: un altro bel colpo per i Prong!
Voto: 8,5/10
Francesco Faniello

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:: Prong - Zero Days - (Steamhammer/SPV - 2017)
Ridendo e scherzando, sto seguendo i Prong più ora che negli anni gloriosi in cui la band forgiava il proprio suono e contribuiva al contempo a plasmare quello di una modernità mai davvero conclusa. Non è un caso, visto che la band sta vivendo una seconda (e più prolifica) giovinezza con il ritorno targato “Carved Into Stone” e i successivi episodi (quattro in tutto con questo “Zero Days”, senza contare il disco di cover “Songs From The Black Hole”) tra cui spicca a mio parere il mastodontico “Ruining Lives”. Comunque sia, Victor e soci tornano puntuali all’appuntamento con il full length, forti di un songwriting rodato che in questi Anni Dieci tende a combinare il groove spigoloso degli esordi, sempre pericolosamente e piacevolmente in bilico tra hardcore, thrash e industrial, con un innato senso melodico che prende progressivamente il sopravvento – a volte in maniera eccessiva, come vedremo. Non è un caso se questo disco si apre con un brano come “However It May End”: un assalto power/core né troppo veloce né troppo cadenzato, giocato sapientemente sul rifferama e sulle vocals ipnotiche di Tommy Victor, una formula che torna prepotentemente sulla successiva “Off The Grid”, lasciandosi alle spalle il chirurgico assalto thrashy della title track, per poi far strada alla furia iconoclasta di “Forced Into Tolerance”. Ecco, con queste tracce ho riassunto il nucleo più interessante del nuovo capitolo della discografia dei Prong che, pur attestandosi su livelli più che buoni, in alcuni punti lascia perplesso l’ascoltatore per un uso stavolta eccessivo della formula catchy tanto cara al trio americano di recente: ne sono avvisaglia le strane aperture melodiche di “Divide And Conquer”, che comunque confermano l’ottima fattura delle linee vocali (esattamente nello stile degli ultimi e indimenticati Pitch Shifter), prima che si giunga all’esagerazione di “Blood Out Of Stone”, che sembra attestarsi su coordinate Linkin Park, proprio per via di un uso e abuso di doppie vocals che snatura il tutto. Per non parlare del cipiglio anthemico e radio friendly di “Rulers Of The Collective” o del contrasto stridente tra il metal groovy e industriale e le vocals ultramelodiche che ha luogo su “The Whispers”, relegandola allo status di semplice filler. Insomma, un album interlocutorio, che vede una prima parte più che buona diluirsi a metà tracklist, mentre tocca alle conclusive “Compulsive Future Projection” e “Wasting Of The Dawn” provare a chiudere il cerchio, ristabilendo parzialmente una connessione con il glorioso passato, grazie anche ad un groove ritmico marziale e incisivo nel pieno stile della produzione Prong di due decenni fa. In ogni caso, rilievi a parte, è sempre un piacere avere nel lettore un disco di questi ragazzi un po’ attempati ma sempre in grado di regalarci emozioni di un certo livello...
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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