Raw & Wild - WebMagazine - News - Video - Vinci un CD al mese - Compilation gratuite - Interviste - Recensioni - Date concerti
Raw & Wild on Facebook Raw & Wild on YouTube

Home Recensioni Seciali Live reports Download Contatti

   
   A - B - C - D - E - F - G - H - I - J - K - L - M - N - O - P - Q - R - S - T - U - V - W - X - Y - Z - 0 - 1 - 2 - 3 - 4 - 6 - 7 - . - Í - Æ - '





Reviews - Primal Fear
:: Primal Fear - 16.6 (Before the Devil Knows you’re Dead) - (Frontiers Records - 2009)
Avete presente, quando camminando per strada con il lettore mp3 nelle orecchie ascoltate quel pezzo che sembra essere perfetto per quel momento, che da il ritmo alla vostra camminata, che diviene, nella vostra mente, parte della colonna sonora di un film e il film è la giornata che state vivendo?
L’impressione che si ha ascoltando 16.6 (Before the Devil knows you’re dead), l’ultima fatica dei Primal Fear, prodotta dalla Frontiers Records, è proprio quella.
Un mix esplosivo di canzoni, ognuna diversa dall’altra, mai ripetitive in ogni loro singola parte, che fondono antiche reminiscenze di “Nuclear Fire”, la cui impronta è forte in canzoni come “Riding the Eagle” e “Killbound” con un innovativo approccio al Metal che tuttavia ritrova paradossalmente una delle sue espressioni più pure, riportando alla memoria i fasti e gli splendori dei Judas Priest. Un perfetto incontro fra passato e futuro, del Metal come della band. Ralf Scheepers, fondatore e vocalist del gruppo teutonico, fa vivere ogni singola parola dei testi, come ogni nota vibra e si anima grazie alle chitarre di Henny Wolter e Magnus Karlosson, che ha sostituito Stefan Liebing e che certo non lo fa rimpiangere; la batteria di Randy Black imprime potenza ai pezzi, e Mat Sinner, bassista della band e cantante nelle parti corali, fonde la sua voce con quella di Scheepers, creando quel connubio che, personalmente, mi fa nascere un brivido che scende giù lungo la schiena, donando alle canzoni dei Primal Fear quel tocco epico ed onirico che le rendono ancora più magnifiche e grandiose.
A quasi due anni dal loro ultimo album “New Religion” del 2007, le aspettative dei fans non saranno deluse, che ritroveranno in “16.6 (Before the Devil Knows you’re Dead) tutti gli elementi che hanno reso i Primal Fear una della band più interessanti della scena musicale metal, una che vanta una forza eccezionale: ascoltate “Six Time Dead (16.6)” e capirete di cosa parlo.
Voto: 7.5/10
Freddie.A.

Contact
www.primalfear.de
:: Primal Fear - Devil’s Ground - (Nuclear Blast - Audioglobe)
Quinto capitolo della saga dei power metaller teutonici Primal Fear capitanati da Ralf Scheepers e Mat Sinner. I nostri come al solito eseguono un power metal tipicamente tedesco che più tedesco non si può. Tutto è all’insegna del più canonico rispetto degli standard del genere. La voce, infatti, è impostata su tonalità medio alte accompagnate da back vocals di sicuro impatto. Le chitarre si alternano in fragorose cavalcate speed inframezzata da momenti più rilassanti. Al solito la base ritmica è rocciosa, monolitica e non ne vuole sapere di variare. I dodici brani
dell’album scorrono facili facili all’insegna di un headbanging che molto deve ai Judas Priest, tanto per fare un none qualsiasi. A questo punto ci si domanda...era utile un album di siffatta impostazione? Non credo... è un album senza una specificità vera e propria... Diciamo che “Devil’s Ground” è una rilettura “catatonica” del power metal tedesco, genere che non sta trovando band capaci di rinnovarlo.

EMANUELE GENTILE
:: Primal Fear - Live in the USA 2010 - (Frontiers - 2010)
Dopo l’album “16.6 (Before the Devil knows you’re dead)” uscito l’anno scorso, i Primal Fear ci propongono questo “Live in the USA”, primo disco dal vivo realizzato dalla band tedesca nata nel 1997, che testimonia l’esperienza vissuta dalla band di Mr Ralf Scheepers (ex Gamma Ray) oltre oceano ed in particolare in Atlanta, New York e Los Angeles.
Il lavoro rispecchia pienamente i canoni dei live records, innanzitutto perché i pezzi di maggior tiro sono nella scaletta ai primi e agli ultimi posti, e poi perché sin dalle prime plettrate di Henny Walter e Magnus Karlsson si percepisce il sound tipico della band, tra l’altro molto simile a quello degli album da studio. Proprio dalla loro ultima fatica sono tratti molti pezzi, tra cui “Under the radar”, “Six times dead”, “Riding the eagle” e l’intro ”Before the Devil knows you’re dead”.
L’abilità tecnica del gruppo si attesta su buonissimi livelli, e bisogna riconoscere che Randy Black e Ralf Scheepers, rispettivamente alla batteria e alla voce, non perdono un colpo nemmeno verso la fine del concerto (è anche vero che i tredici pezzi eseguiti non sono tantissimi). C’è spazio sia per una sentita “Fighting The Darkness” duettata da Scheepers e Pamela Moore, sia per il tripudio di tecnica collettiva sottolineato dalla bellissima resa del loro masterpiece “Metal is forever”.
La qualità audio è ottima e i suoni sono più che mai appropriati per il genere e per la sede live, come ottima è la resa degli assoli, molto simili agli originali grazie anche alle parti di chitarra doppiate.
Complessivamente si tratta quindi di un ottimo prodotto, interessante per tutti gli amanti del power metal e immancabile nella collezione degli appassionati dei Primal Fear, in quanto un disco live mancava nella loro discografia.
Voto 8,5/10
Faithful Father

Contact
www.primalfear.de
:: Primal Fear - Metal Commando - (Nuclear Blast - 2020)
Quale sarebbe stato il futuro dell’heavy metal se i Judas priest avessero ingaggiato il gigante tedesco Ralph Scheepers in quel lontano 1995? Scommetto che ogni metalhead si è posto questa domanda almeno una volta, specialmente quando dalle casse del proprio stereo sono fuoriuscite le note di “Nuclear fire” o “Primal fear”, dopo magari aver ascoltato per sbaglio “Jugulator” e “Demolition”. A questa domanda non ci sarà mai una risposta; l’unica cosa certa, per fortuna, è che da quella delusione Ralph ha reagito, dando vita insieme a Matt Sinner ad una nuova macchina da guerra di metallo puro, che da quasi 25 anni delizia i cuori e le orecchie dei defenders più incalliti. Quella macchina risponde al nome di Primal Fear.
Durante la loro carriera non hanno sempre rilasciato dei capolavori ma neanche dei veri e propri passaggi a vuoto, mantenendo cosi la media qualitativa dei loro album piuttosto elevata. Quest’ultimo “Metal Commando” non fa eccezione: l’album è molto ispirato, ben prodotto e le prestazioni tecniche dei singoli musicisti sono sopra la media.
Scordatevi pure le venature progressive e sperimentali di album come “Seven Seals” e “New Religion”... la traccia di apertura “I am Alive” mette subito in chiaro le cose e riassume quelle che sono le caratteristiche di questo “Metal Commando”: quadrato, potente e immediato. Nella canzone spicca soprattutto il ritornello, semplice ma tutt’altro che banale, che si potrebbe addirittura fischiettare sotto la doccia dopo il primo ascolto. Si prosegue con l’ottimo mid tempo acceptiano “Along Came the Devil”, che prepara il terreno al primo capolavoro dell’album, la velocissima e furiosa “Halo”. Il pezzo è accostabile per struttura alla title track di “Nuclear Fire”, con tanto di ritornello da brividi ed intrecci chitarristici che ricordano con una certa emozione l’accoppiata Tipton/Downing dell’epoca “Ram it Down”. I tempi rallentano con “Hear me Calling”, un ottimo anthem dal gusto vagamente Queensryche, dove Ralph dimostra di saper gestire e usare le sue corde vocali in modo più razionale e meno istintivo, guadagnando così di espressività anche nelle tonalità medio-basse. Dopo l’ordinaria ma sinceramente non memorabile “The Lost & the Forgotten”, si arriva a “My Name is Fear”, pezzo dove si alternano melodie in pieno stile classic e una massiccia dose di cattiveria (oserei dire quasi thrash), soprattutto grazie alla grandiosa prova dell’ultimo arrivato Micheal Ehré, probabilmente dopo Randy Black il miglior batterista che il gruppo abbia mai avuto.
La seconda metà dell’album si apre con la ballata acustica “I Will Be Gone”, per la verità uno dei pochi punti deboli dell’intero disco. La canzone scorre via dopo vari ascolti senza lasciare particolari emozioni a causa di un songwriting non propriamente ispirato. Di ben altro spessore sono invece le bellissime“ Raise your Fists” e “Howl of the Banshee”. La prima è un midtempo, in cui le chitarre pennellano armonie e riff orecchiabili a servizio di Ralph, mentre la seconda è un pezzo veloce dove a tratti si percepisce l’amore di Matt Sinner per l’Hard Rock più roccioso principalmente di stampo teutonico (Bonfire e Sinner appunto). La cattiveria e i cori semplici ma efficaci in stile Vicious Rumors sorreggono invece “After Life”, altro pezzo da novanta del disco, ma il vero apice di “Metal Commando” è la conclusiva “Infinity”. Scrivere un pezzo lungo, per un gruppo dallo stampo classico non è mai semplice. Creare un filo conduttore ma allo stesso tempo non essere troppo ripetitivi è probabilmente la formula semplice e giusta per canzoni di questa durata. Lo hanno dimostrato gli Iron Maiden con “Rime of the Ancient Mariner”, gli Helloween con “Keeper of the Seven Keys” e anche i Running Wild con “Treasure Island”, tanto per citare alcuni esempi. Anche i Primal Fear con “Infinity” seguono la scia delle composizioni sopracitate: il pezzo è un crescendo di intensità ed emozioni, dove tutto, in questi tredici minuti, è dosato al punto giusto, in modo da sorprendere ed emozionare l’ascoltatore invece di annoiarlo.
Concludendo, se poniamo il giudizio anche in termini di confronto con le vecchie produzioni, “Metal Commando” si pone subito al di sotto di capolavori come “Nuclear Fire” e “Unbreakable”, ma allo stesso tempo risulta molto più ispirato di altri (“Apocalypse” e “New Religion” su tutti). Chi è cresciuto con Accept, Judas Priest ed ama il metal vero e puro con pochi fronzoli, si catapulti subito in un negozio di dischi, mentre chi pone la sperimentazione forzata e l’originalità davanti a tutto, risparmi pure i suoi venti euro.
Voto: 9/10
Stefano Sofia

Contact
www.facebook.com/PrimalFearOfficial
:: Primal Fear - Metal Is Forever: The Very Best Of Primal Fear - (Metal Mind - 2015)
Ho sempre amato le ristampe, perché un tempo erano l’unico modo di poter ascoltare dischi altrimenti introvabili. Oggi che è tutto a portata di click, forse hanno perso un po’ del loro significato, ma comunque c’è ancora una buona produzione di questo tipo di album. Non sempre è chiaro il senso di queste operazioni, non tutti i dischi ristampati sono introvabili o necessari. In questo ottica era tentato di inquadrare la ripubblicazione di Metal Is Forever: The Very Best Of Primal Fear, perché secondo me l’utilità delle raccolte è pari a zero, figuriamoci una ristampa delle stesse. Mentre mi arrovellavo su questi oziosi ragionamenti, ho visto che in realtà il digipak della Metal Mind contiene un secondo cd, quello che fa fare un salto di qualità a tutta l’operazione! Accanto al classico cd contente il the best dei tedeschi, devo ammettere che i brani scelti sono tra i più incazzati del repertorio, troviamo un dischetto contente una serie di cover incise da Sinner e Co. Non sono un grande conoscitore della discografia dei Primal Fear, presumo, però, che queste canzoni tutte insieme le possiate trovare solo in questa ristampa. Ed ecco che il tutto acquista una luce diversa, perché se siete dei collezionisti dell’aquila d’acciaio, allora le reinterpretazioni dei vari classici firmati da Rainbow, Gary Moore, Deep Purple, Black Sababth, Judas, Accept, Metallica, Irons e Led Zeppelin, vi faranno gola! Pur se non stravolte particolarmente, le canzoni vengono rilette con certo piglio autoritario e tedesco, il che rende curioso e piacevole l’ascolto. Per quanto concerne il the best vero e proprio, la scelta è caduta sui i brani più amati dai fan, quelli che persino io, che non lo sono mai stato, conosco. Certo le cose più vecchie, per quanto puzzolenti sino alla nausea di Priest, restano le migliori. Quelle invece più recenti fanno troppo il verso a un certo power metal modaiolo e inoffensivo. Se l’antifona non fosse chiara, lo scrivo qui papale: se siete dei fan, comprate questa uscita solo per il secondo cd, quello con le cover, in omaggio avrete anche una quindicina dei migliori brani dei Prima Fear!
Voto: 7,5/10
g.f.cassatella
:: Primal Fear - New Religion - (Nuclear Blast - 2020)
I Primal Fear, freschi del ultimo “Metal Commando” e del ritorno alla casa madre Nuclear Blast, tornano sul mercato con le ristampe in formato CD e doppio vinile colorato di alcuni album originariamente usciti per l’italiana Frontiers, tra cui “New Religion”.
Originariamente pubblicato nel 2007, questo disco ci presenta i Primal Fear in versione un po’ più riflessiva e sperimentale, anche grazie ad una discreta dose di elementi sinfonici, che fino a quel momento erano quasi del tutto sconosciuti in casa di Ralph e compagni (a parte qualche accenno sul precedente “Seven Seals”).
Niente di paragonabile a “13” dei Rage, tanto per rendere l’idea, in quanto non mancano le classiche bordate come “Sign of Fear”, “Too much Time” e la title track, ma la voglia di sperimentare e di mettersi in gioco c’è e si sente.
“Fighting the Darkness” e la ballata “Everytime it Rains” sono gli esempi più significativi; la prima è una suite divisa in tre tracce in cui gli arrangiamenti orchestrali ben strutturati fanno la parte da leone, soprattutto nella fase centrale (“The Darkness”), la seconda invece è una ballata con ospite Simone Simons degli Epica con un inizio un po’ inquietante dal gusto vagamente pop arabeggiante (chissà a quanti defender sarà andata la propria birra di traverso al primo ascolto, all’epoca) per poi riprendersi con il classico e gradevole ritornello.
In altre canzoni invece la componente sinfonica è meno imponente, dando solo un po’ di sfumatura e freschezza al classico sound dei Primal Fear (“Face the Emptiness” e “World on fire”).
“New Religion” è stato sicuramente l’album che ha diviso di più l’opinione dei fans e della stampa. Tuttora, chi lo ascolta per la prima volta con le orecchie tarate su album come “Nuclear Fire” e “Black Sun” e dunque sul classico sound Primal Fear corre il serio rischio di rimaner deluso per la poca potenza e per queste divagazioni sperimentali; chi invece è “più aperto” a soluzioni differenti ed apprezza la voglia di mettersi in gioco del gruppo lo apprezzerà sicuramente.
Questo non vuol dire che chi è cresciuto con i classici non ha “l’intelligenza” necessaria per capire questo album, ma sicuramente ha bisogno di determinati standard per emozionarsi quando mette su un disco di questo tipo di band. Credo personalmente che la verità stia nel mezzo, “New Religion” è un buon album che però non è sicuramente tra i migliori nella storia della band: la sperimentazione in certi punti è più che gradevole aggiungendo qualità alle composizioni, mentre in altri risulta un po’ forzata (“The Man that I don’t Know” e“Everytime it Rains”), inoltre è presente anche qualche pezzo più classico non proprio all’altezza, “stanco” e poco ispirato, (\"Psycho” e “Blood on your Hands”).
La ristampa offre in più rispetto all’originale una versione completamente orchestrale di “Fighting the Darkness”, interessante per chi ha amato questo disco; bella e appetibile per i collezionisti la versione con il vinile colorato di arancione.
Per concludere, “New Religion” per i fans di vecchia data è da considerare un episodio quasi a sé, un album un po’ atipico in cui l’elemento della sperimentazione tocca l’apice storico.  
Già dal successivo “16.6 (Before the Devil knows you’re Dead)” questo elemento cala sensibilmente per poi scomparire definitivamente da lì in avanti con “Unbreakable”.
Per chi vuole conoscere la band, forse non è l’album giusto per cominciare, non tanto per la qualità ma in quanto non sono espresse appieno le caratteristiche della band: dopotutto, Ralph e compagni sanno dentro di sé che pur essendo orgogliosi di questo “New Religion” lo stile classico e immediato con pochi fronzoli è il terreno migliore per far scatenare il panzer Primal Fear.
Voto: 7/10
Stefano Sofia

Contact
www.facebook.com/PrimalFearOfficial
:: Primal Fear - Seven Seals - (Metal Mind - 2015)
Ho seguito marginalmente le sorti dei Primal Fear, che ho sempre considerato una band che nulla aggiunge e nulla toglie alla storia del metal. Stando al numero di album prodotti, 10 in studio, e la buona presenza live (io stesso ho assistito a un loro concerto in occasione di una vecchia edizione del Total Metal Festival) un proprio ruolo se lo sono, però, ritagliato. Buon per loro. L’album oggetto della mia recensione è il settimo della carriera, Seven (toh!) Seals, uscito originariamente per la Nuclear Blast nel 2005. A due lustri di distanza il dischetto viene riproposto in formato digipak dalla Metal Mind senza particolare aggiunte. Dieci brani che spinsero la band a compiere la scelta stilistica definitiva, quella di abbracciare il power tout curt. Sino a quel momento i PF erano stati una sorta di Judas Priest tedeschi, il che li rendeva una band inglese con influenze crucche. I Sette Sigilli invece andarono a certificare il passaggio a sonorità che all’epoca tiravano di più, anche se erano lontani i fasti commerciali di qualche anno prima, rispetto al metallo più classico. Il disco è scolastico, contiene tutto quello che ci si aspetta (il che è un bene per gli abitudinari e un male per chi non si accontenta), una perfetta base mai troppo aggressiva (ma neanche tanto moscia) costruita da Sinner e Randy Black, su cui far appoggiare la voce cristallina del singer. Il Milan ha vinto uno scudetto così, lanciando la palla ad Ibra e lasciando che fosse lui ad inventare (certo se Leonardo non avesse regalato il derby di ritorno ai suo ex compagni, oggi staremmo qui a parlare d’altro), quindi il trucco di far fare tutto al fuoriclasse è vecchio quando il mondo. Non so che utilità possa avere questa ristampa, in fin dei conti se siete dei fan della band, sicuramente lo avrete, se invece volete iniziare, vi converrebbe prendere in considerazione i primi album, forse più ingenuamente priest, ma sicuramente più onesti. Sei e non più di sei, altro che sette sigilli!
Voto: 6/10
g.f.cassatella

Contact
https://www.facebook.com/PrimalFearOfficial?fref=ts
www.metalmind.pl/
:: Primal Fear - Unbreakable - (Nuclear Blast – 2020)
I Primal Fear, freschi dell’ultimo “Metal Commando” e del ritorno alla casa madre Nuclear Blast, tornano sul mercato con le ristampe in formato CD e doppio vinile colorato di alcuni album originariamente usciti per l’italiana Frontiers, tra cui “Unbreakable”.
Originariamente uscito nel 2012, questo album segna un ritorno definitivo della band alle proprie radici cioè quel connubio perfetto tra Accept e Judas Priest che ha conquistato l’amore degli amanti del metal nella sua forma più pura. 
Non sono certo da disprezzare gli album precedenti, in cui la band ha cercato di dare un tocco di sperimentazione in più, dimostrando di saper scrivere belle canzoni variando leggermente la formula, ma questo “Unbreakable”, dimostra che i Primal Fear si esprimono al massimo delle loro potenzialità puntando su canzoni potenti (veloci o mid tempos che siano), immediate e senza fronzoli.
L’opener “Strike” mette subito le cose in chiaro, una composizione che sembra uscita addirittura dal primo album omonimo; rocciosa, potente e con un ritornello semplice che comincia a scaldare l’ascoltatore per quello che verrà dopo.
Infatti è proprio da “Give ’em Hell” che si alza vertiginosamente il livello, man mano che le canzoni scorrono si ha la sensazione di trovarsi sotto un bombardamento di metallo vero e proprio, in cui le emozioni si susseguono una dopo l’altra rendendo questi 60 minuti di ascolto un vera e propria estasi per l’anima di un defender.
Non si può rimanere indifferente a pezzi come “And then there was silence”, “Metal Nation” e “Marching Again”, potenti, ispirate e “ruffiane” al punto giusto, ma l’apice si tocca con “Unbreakable part 2”; un brivido continuo che corre dietro la schiena già dall’intro di Randy Black, passando per la strofa, arrivando al ritornello in cui Ralph per poco non fa esplodere i vetri di casa talmente è carico. Questa, insieme ad “Angels in black” e “Nine Lives”, è la classica canzone da far ascoltare ad un ragazzino se chiedesse: “Chi sono i Primal Fear”?
I nostri non sbagliano neanche nei momenti più “dolci “e “riflessivi”, con “Where Angels Die” (pezzo molto vicino alle sonorità di “New Religion”) e la bellissima power ballad “Born Again”, probabilmente uno dei pezzi lenti più belli che la band abbia scritto.
Non a caso nella ristampa viene riproposta in versione acustica, che nulla toglie e nulla aggiunge all’originale, risultando comunque interessante per i fans più accaniti. 
Questa ristampa è una buona occasione, sia per chi si avvicina per la prima volta alla band tedesca, e non possiede la prima stampa originale, sia per i fan di vecchia data feticisti del collezionismo.
La versione in vinile oltre ad essere bella da ascoltare e anche bella da “vedere” è toccare sia per l’artwok e sia per i dischi colorati.
Per concludere, “Unbreakbale” – insieme a “Nuclear Fire” – è sicuramente il punto più alto toccato dalla band nella loro carriera, un vero gioiello di classic metal in cui tutto è veramente al posto giusto, dalla produzione al songwriting passando per le prestazioni dei singoli musicisti.
Solo qualche album uscito dopo si è avvicinato a questo “Unbreakbale” (“Rulerbreaker”, “Metal Commando”), dimostrando che sarà molto difficile eguagliarlo in futuro. 
Una sola parola riassume tutti questi concetti: CAPOLAVORO!
Voto 9,5/10
Stefano Sofia

Contact
www.facebook.com/PrimalFearOfficial
<<< indietro


   
Gotthard
"Steve Lee - The Eyes of a Tiger: in memory of our unforgotten friend"
Corde Oblique
"The Moon is a Dry Bone"
In-Side
"Life"
Raven
"Metal City"
Vader
"Solitude in Madness"
Primal Fear
"Unbreakable"
Bait
"Revelation of the Pure"
Nirnaeth
"Anthropocene"

Archivio resensioni >>>




Raw & Wild TV   


Archivio video>>>



Interviste
Speciali
Live reports




Raw & Wild on Facebook Raw & Wild on YouTube


RAW & WILD 2000 / 2020
Ogni riproduzione anche parziale è vietata - Info


admin   
Home | Recensioni | Interviste | Speciali | Download | Live reports | Privacy | Contatti

La tua pubblicità su R&W
Collabora con Raw & Wild