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Reviews - Paradise Lost
:: Paradise Lost - Believe In Nothing (remixed-remastered) - (Nuclear Blast - 2018)
Altra ristampa in casa Paradise Lost! Dopo quella del “controverso” Host (già recensita su Raw & Wild), è l’ora dell’ottavo album Believe in Nothing (uscito nel 2001), che ripropose le atmosfere di rock gotico e dalle “nuove” idee elettroniche a cui la band ci aveva abituato nei precedenti lavori. “Non è un segreto che non siamo mai stati completamente contenti della produzione di questo disco, nonostante le canzoni piacessero davvero”, afferma il cantante Nick Holmes. “È passato molto tempo, ma alla fine abbiamo trovato il momento giusto per tornare in studio con Gomez e giocarci, speriamo che vi piaccia la versione remixata in modo da poter ascoltare come le canzoni dovevano suonare” – ecco svelato il vero motivo di questa ristampa! Ebbene, per “promuovere” il nuovo sound, il disco è stato arricchito con una nuova copertina, così come la band giustamente voleva, lasciando “l’ape”; o meglio, così come doveva “nascere”, con un tema tipicamente dark. Le atmosfere di depechemodiana memoria si fanno più scure (come in “I Am Nothing”) e si alternano con brani più violenti e che riportano Believe in Nothing non molto distante dagli altri album (come in “Mouth”)… un arpeggio dal sapore grunge, invece, ci porta al successivo brano “Fader” (che si muove tra schitarrate anni ’90 e atmosfere new wave). Ebbene, il disco scorre tra echi di elettroniche e chitarre più violente (rispetto ciò che era venuto prima)… e la nuova produzione ci permette di cogliere ogni sfumatura. In effetti, togliendo le parti più metal, togliendo le parti elettroniche, in alcune melodie, atmosfere e parti di chitarra (e anche voce) ho avuto quasi la sensazione di ascoltare gli Alice in Chains primordiali e sperimentali (parere personale!) – come avviene nel brano “No Reason”. “Gone” invece, è dark! Dark che cola dalle chitarre e dalle melodie; è dark nelle atmosfere e nella voce, con dinamiche più lente, ma che ho apprezzato molto. “Leave”, riprende il lato depechemodiano e sperimentale – la si apprezza dopo diversi ascolti. Beh, cos’altro aggiungere… sicuramente, lo consiglio a chi ha perso il disco nel 2001, ai fan della band e del sound proposto, a chi vuole dare la seconda chance al disco e a chi vuole avvicinarsi alla band e/o al sound proposto. Torno a dirlo: di recente, i Paradise Lost sono tornati (con “Medusa”) sul sound primordiale e “grezzo” che ci ha fatto innamorare di loro… ed è giusto dare una nuova possibilità ad “Host” e a “Believe in Nothing”, album controversi, ma sperimentali, a opera di una band che ha saputo osare (nel bene o nel male). Allora, cosa state aspettando?
Voto: 7/10
Giovanni Clemente

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:: Paradise Lost - Host (Remastered) - (Nuclear Blast - 2018)
“Qualcuno mi ha chiesto di descrivere la nostra musica” – aveva detto nel 1999 Nick Holmes, cantante dei Paradise Lost – “e ho detto dark rock… ma hanno detto che non avevano mai sentito parlare di rock oscuro… e ho detto, beh, ora sì!”. A fine millennio, l’evoluzione dei Paradise Lost continua (continuava) con un album camaleontico e distante dalle radici death metal degli esordi… disco che farà storcere il naso ai fan (e critica) più oltranzisti, ma che ci ha regalato un sound che non rinnega l’amore per la new wave e per il dark/gothic inglese. “Host” è melanconico ed elettrizzante, un album che non ha seguito tendenze; a tal fine, quello che era il settimo album dei Paradise Lost è stato sicuramente il loro lavoro più avventuroso fino ad oggi, abbracciando completamente l’elettronica presente sul precedente “One Second”, a sua volta un album da top ten in molti dei principali mercati europei. Tra le influenze di questo periodo si annoveravano perlopiù band degli anni ’80, da Duran Duran ai New Order – anche se il fantasma dei Depeche Mode è sempre presente, soprattutto per la prestazione vocale di Nick Holmes. Come spiegava Nick (sempre nel 1999), c’era una vera tristezza nel cuore di queste canzoni: “La musica, per me, riguarda il sentimento e l’atmosfera, non ci interessano le canzoni dal ritmo rock, potrebbero essere buone nell’ascoltare dal vivo quando sei incazzato, ma il materiale che stiamo facendo ora è il genere di cose che ascolteresti a casa… e poi, chiunque può scrivere canzoni rock gradevoli per la folla”. A 19 anni dall’uscita di “Host” e indipendentemente da qualsiasi tendenza, i Paradise Lost hanno dimostrano di saper tornare sulle sonorità crude e primordiali, regalandoci un ottimo disco – “Medusa” (del 2017) – con “facilità” e naturalezza. Per chi già conosce l’album, non c’è nulla da aggiungere a quanto è stato già scritto (nel bene e/o nel male)… Per chi invece abbia voglia di scoprire e/o catapultarsi in un periodo sperimentale e alternativo, “Host” ha dei brani interessanti, che ricordano molto i Depeche Mode e compagnia dark wave – per citarne qualcuno: “So Much is Lost”, “Ordinary Days”, “Made the Same”… o “Permanent Solution”, un brano d’impatto che mescola una colata di “metallo industriale” con l’uso dell’elettronica anni ’80… insomma, “Host” è un disco diverso dalle altre uscite della band, senza per questo risultare commerciale e/o troppo radiofonico (salvo che per le emittenti specializzate). Se amate questa band e non siete fossilizzati su “Gothic” & Co., “Host” è un disco piacevole e scanzonato; resta pur sempre un lavoro dalle atmosfere malinconiche e caratterizzato da un massiccio utilizzo di elettronica, ma i suoi brani sono pur sempre gradevoli. Se avete perso la prima edizione del 1999, non fatevi scappare questa succosa ristampa (anche in vinile, per la prima volta)… se invece, vivete nei boschi e preferite growl e suoni robusti, allora aspettate il successore di “Medusa”!
Voto: 7/10
Giovanni Clemente

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:: Paradise Lost - Maximum Plague - (Metal Hammer - 2015)
Oh, my God!!! Questo è il gothic, il gothic doom metal… e alla vecchia maniera! Infatti eccomi con “Maximum Plague”, che è una compilation uscita in esclusiva per la rivista Metal Hammer composta da ben dieci canzoni: le prime due tracce (e precisamente parliamo di “No Hope In Sight” e “Punishment Through Time”) sono estratte dal nuovissimo ed interessante album “The Plague Within”, mentre dalla terza alla decima traccia troviamo solo brani suonati dal vivo – precisamente tratti dal “Live at the Roundhouse”. Naturalmente, con le nuove tracce salta subito all’orecchio la voglia di ritornare (prepotentemente) alle proprie origini, tra i suoni lenti e cupi del doom metal che si amalgamavano con sapienza al gothic metal (quello di scuola britannica) come avveniva ad esempio su dischi come “Gothic”. E proprio la title-track di quel disco è una delle punte di diamante del live, mentre nelle restanti tracce catturate live al Roundhouse si alternano le atmosfere, e con loro lo stile vocale di Nick Holmes. Una compilation che farà la gioia dei collezionisti della band, sia di quelli che la amano nella sua versione gothic/doom metal – tra suoni ed atmosfere più intense e lente – che di quelli che ne preferiscono la versione più aperta e sperimentale (passatemi il termine). Non c’è molto da aggiungere… sarà perché si tratta di un’operazione ‘commerciale’ da parte di Metal Hammer, che sicuramente ne approfitta di questa inversione di rotta dei Paradise Lost, che comunque sia ci ha regalato con vera maestria un album all’altezza del proprio passato! La compilation in questione è interessante, ma ripeto, forse farà più gola ai collezionisti… per me, sarebbe stato più interessante e ideale ritrovare “The Plague Within” come bonus disc in omaggio con “Maximum Plague”; ma comunque sia, se siete fan della band, fatevi un regalo! Altrimenti, rispolverate “Gothic” & co., che con quello non sbagliate mai!
Voto: 7/10
Giovanni Clemente

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:: Paradise Lost - Medusa - (Nuclear Blast - 2017)
Non è da me, ma per descrivere una situazione italiana (molto attuale) e non solo, preferisco iniziare questa recensione con questa frase di Nick Holmes, che ha svelato sul testo di Until the Grave: “Le idee intorno a questa canzone sono basate sull’odio infondato, la paura e la graduale disumanizzazione basata sulle bugie”… e ho (abbiamo) detto tutto! Passando oltre… la figura di Medusa per i Paradise Lost, assume più una prospettiva filosofica che mitologica o di mostro – come svela Holmes; quindi, Medusa non è solo la Gorgone, bestia infame della mitologia greca; ma qualcosa di più profondo (che scoprirete ascoltando il disco!). Medusa è il 15° lavoro in studio della band, ed è stato registrato presso gli Orgone Studios e prodotto da Jaime Gomez Arellano (Ghost, Ulver, Cathedral); un disco che mostra come la band britannica abbia intrapreso nuovamente la strada della propria giovinezza. Si inizia con Fearless Sky, un brano monolitico e dalle atmosfere doomeggianti; dove “lentezza” e riff ossessivi ci catapultano in un percorso di altre 7 (8 con Fearless Sky) melodie opprimenti e emotività proprie di un universo gotico ed oscuro. Brani sormontati da energie tetre, a metà strada tra il classico doom e il doom/death metal, come nella seconda traccia Gods of Ancient, e come buona parte dei brani. Che dire del terrificante growl (e potentissimo) di Holmes se non che sembra proprio la voce di una “Medusa” posseduta da un demone oscuro e pietrificato! L’ultimo disco aveva già rivisto la band tornare alle origini e riprendere quelle sonorità “antiche” che l’avevano contraddistinta e portata allo status di culto per gli amanti del gothic/doom metal; è però con questo “Medusa” che i Paradise Lost ci hanno regalato un lavoro di elevata caratura (fidatevi). Poi, ci sono brani come The Longest Winter (ascoltata nei giorni di abbondante pioggia), che “riprende” le melodie (e anche qualcosa nella voce) dei mai troppo lodati Type 0 Negative di October Rust, o la titletrack, un episodio più “melodico” (grazie all’utilizzo della voce pulita) che mantiene ferme le atmosfere malinconiche ed ossessive di Holmes, Mackintosh e soci. Blood of Chaos è un brano più “veloce”, dove tornano le atmosfere dei Type 0 Negative, mentre tocca ad Until the Grave chiudere degnamente questo disco ricco di sulfureo doom metal! “Lasciate ogni speranza, o voi che entrate” è il messaggio che sembra trasmettere la band, brano dopo brano. “Medusa” è davvero speciale, vi rapirà l’anima e vi porterà in un viaggio tra le arie gotiche e riff monolitici che marchiano a fuoco un sound lento, ma solido; dove la distorsione accarezza il buio e sa trasformare il tetro in un ottimo disco. Certo, “Medusa” sta già godendo di ottima pubblicità e recensioni; ma se volete un piccolo consiglio da me, uno scribacchino “qualunque” del web, non seguite la popolarità e la storia della band, ma cercate e provate gli umori, le emozioni, i brividi che corrono lungo tutto il corpo, brano dopo brano… in quel caso, solo in quel caso, avrete captato l’essenza del disco! Anche la copertina ha quel sapore vintage, di quei dischi “acidi” e monolitici – mi piace! Infatti, il disco è consigliato (naturalmente) ai fan della band (e soprattutto ai fan dei primi dischi) e agli amanti di queste sonorità; perché i Paradise Lost ci hanno regalato un album davvero eccellente – non potete/dovete perderlo!
Voto: 9/10
Giovanni Clemente

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