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Reviews - Paradise Lost
:: Paradise Lost - Maximum Plague - (Metal Hammer - 2015)
Oh, my God!!! Questo è il gothic, il gothic doom metal… e alla vecchia maniera! Infatti eccomi con “Maximum Plague”, che è una compilation uscita in esclusiva per la rivista Metal Hammer composta da ben dieci canzoni: le prime due tracce (e precisamente parliamo di “No Hope In Sight” e “Punishment Through Time”) sono estratte dal nuovissimo ed interessante album “The Plague Within”, mentre dalla terza alla decima traccia troviamo solo brani suonati dal vivo – precisamente tratti dal “Live at the Roundhouse”. Naturalmente, con le nuove tracce salta subito all’orecchio la voglia di ritornare (prepotentemente) alle proprie origini, tra i suoni lenti e cupi del doom metal che si amalgamavano con sapienza al gothic metal (quello di scuola britannica) come avveniva ad esempio su dischi come “Gothic”. E proprio la title-track di quel disco è una delle punte di diamante del live, mentre nelle restanti tracce catturate live al Roundhouse si alternano le atmosfere, e con loro lo stile vocale di Nick Holmes. Una compilation che farà la gioia dei collezionisti della band, sia di quelli che la amano nella sua versione gothic/doom metal – tra suoni ed atmosfere più intense e lente – che di quelli che ne preferiscono la versione più aperta e sperimentale (passatemi il termine). Non c’è molto da aggiungere… sarà perché si tratta di un’operazione ‘commerciale’ da parte di Metal Hammer, che sicuramente ne approfitta di questa inversione di rotta dei Paradise Lost, che comunque sia ci ha regalato con vera maestria un album all’altezza del proprio passato! La compilation in questione è interessante, ma ripeto, forse farà più gola ai collezionisti… per me, sarebbe stato più interessante e ideale ritrovare “The Plague Within” come bonus disc in omaggio con “Maximum Plague”; ma comunque sia, se siete fan della band, fatevi un regalo! Altrimenti, rispolverate “Gothic” & co., che con quello non sbagliate mai!
Voto: 7/10
Giovanni Clemente

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:: Paradise Lost - Medusa - (Nuclear Blast - 2017)
Non è da me, ma per descrivere una situazione italiana (molto attuale) e non solo, preferisco iniziare questa recensione con questa frase di Nick Holmes, che ha svelato sul testo di Until the Grave: “Le idee intorno a questa canzone sono basate sull’odio infondato, la paura e la graduale disumanizzazione basata sulle bugie”… e ho (abbiamo) detto tutto! Passando oltre… la figura di Medusa per i Paradise Lost, assume più una prospettiva filosofica che mitologica o di mostro – come svela Holmes; quindi, Medusa non è solo la Gorgone, bestia infame della mitologia greca; ma qualcosa di più profondo (che scoprirete ascoltando il disco!). Medusa è il 15° lavoro in studio della band, ed è stato registrato presso gli Orgone Studios e prodotto da Jaime Gomez Arellano (Ghost, Ulver, Cathedral); un disco che mostra come la band britannica abbia intrapreso nuovamente la strada della propria giovinezza. Si inizia con Fearless Sky, un brano monolitico e dalle atmosfere doomeggianti; dove “lentezza” e riff ossessivi ci catapultano in un percorso di altre 7 (8 con Fearless Sky) melodie opprimenti e emotività proprie di un universo gotico ed oscuro. Brani sormontati da energie tetre, a metà strada tra il classico doom e il doom/death metal, come nella seconda traccia Gods of Ancient, e come buona parte dei brani. Che dire del terrificante growl (e potentissimo) di Holmes se non che sembra proprio la voce di una “Medusa” posseduta da un demone oscuro e pietrificato! L’ultimo disco aveva già rivisto la band tornare alle origini e riprendere quelle sonorità “antiche” che l’avevano contraddistinta e portata allo status di culto per gli amanti del gothic/doom metal; è però con questo “Medusa” che i Paradise Lost ci hanno regalato un lavoro di elevata caratura (fidatevi). Poi, ci sono brani come The Longest Winter (ascoltata nei giorni di abbondante pioggia), che “riprende” le melodie (e anche qualcosa nella voce) dei mai troppo lodati Type 0 Negative di October Rust, o la titletrack, un episodio più “melodico” (grazie all’utilizzo della voce pulita) che mantiene ferme le atmosfere malinconiche ed ossessive di Holmes, Mackintosh e soci. Blood of Chaos è un brano più “veloce”, dove tornano le atmosfere dei Type 0 Negative, mentre tocca ad Until the Grave chiudere degnamente questo disco ricco di sulfureo doom metal! “Lasciate ogni speranza, o voi che entrate” è il messaggio che sembra trasmettere la band, brano dopo brano. “Medusa” è davvero speciale, vi rapirà l’anima e vi porterà in un viaggio tra le arie gotiche e riff monolitici che marchiano a fuoco un sound lento, ma solido; dove la distorsione accarezza il buio e sa trasformare il tetro in un ottimo disco. Certo, “Medusa” sta già godendo di ottima pubblicità e recensioni; ma se volete un piccolo consiglio da me, uno scribacchino “qualunque” del web, non seguite la popolarità e la storia della band, ma cercate e provate gli umori, le emozioni, i brividi che corrono lungo tutto il corpo, brano dopo brano… in quel caso, solo in quel caso, avrete captato l’essenza del disco! Anche la copertina ha quel sapore vintage, di quei dischi “acidi” e monolitici – mi piace! Infatti, il disco è consigliato (naturalmente) ai fan della band (e soprattutto ai fan dei primi dischi) e agli amanti di queste sonorità; perché i Paradise Lost ci hanno regalato un album davvero eccellente – non potete/dovete perderlo!
Voto: 9/10
Giovanni Clemente

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