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Reviews - Pallbearer
:: Pallbearer - Heartless - (Nuclear Blast - 2017)
Non è improbabile che una manciata di anni fa avrei letteralmente sbavato per una band come i Pallbearer. Se vi trovate nella mia (invidiabile?) condizione di verginità nei confronti del gruppo, nel senso che come me non ne avevate mai sentito parlare, provate ad immaginare i My Dying Bride che si mettono a suonare un po’ di quel doom classico di matrice europea, senza dimenticare il giusto apporto del prog in salsa Queensryche, e il gioco è fatto. Una miscela formalmente ottima, che ha assicurato alla band un carnet di tre dischi (compreso il qui presente “Heartless”) e una certa credibilità negli ambienti oscuri più attenti alle contaminazioni prog (e viceversa). A fare la differenza è sicuramente la voce soave di Brett Campbell, che ricorda a tratti i Confessor, a tratti i Solstice; l’accostamento non è casuale, perché in entrambi i casi si tratta di band i cui vocalist li ho sempre considerati il punto debole del lotto, non tanto per l’innegabile livello tecnico, quanto per l’effetto d’insieme. De gustibus, direte voi... appunto. E a proposito di effetto, sin dai primi brani non si può negare una certa influenza “rinascimentale”, alla maniera dei Maiden post-reunion, unita a quell’epicità che accompagna la solenne opener “I Saw The End” dalla prima all’ultima nota. Se il riffone grosso di “Thorns” ci consegna comunque una band legata a doppia mandata ai dettami del metallo, iniziamo a sospettare come gli orizzonti della band siano più ampi di quanto sembrino con l’arpeggio iniziale di “Lie Of Survival”, il cui intreccio è ben memore di certo post/rock raffinato e sognante, prima di sfociare nel baratro tipico delle sonorità più lente espresse dal death/doom britannico. Ho detto britannico? Effettivamente (sempre per chi ne fosse all’oscuro), devo precisare che il quartetto viene da Little Rock nell’Arkansas, una città nota a me solo per la presenza dei Clinton, prima che il buon Bill si trovasse catapultato, dai concerti come sassofonista sui palchi delle sagre del Sud degli Stati Uniti, direttamente alla Casa Bianca. Tralasciando il consueto amarcord degli anni ’90 (ora ci si mette anche la politica...), va osservato come la capacità di sintesi non sia proprio tra le qualità migliori dei Pallbearer: su “Heartless” sono infatti presenti ben due suite da più di dieci minuti, e non è che gli altri pezzi siano poi tanto più corti, con i sette minuti di “Cruel Road” che mostrano il lato più dinamico, con accelerazioni vicine allo US metal, mentre i tempi spezzati della title track (che si dipana attraverso otto minuti e più) si collocano al limite del post metal, senza per questo mettere da parte le massicce dosi di prog di cui il disco è pervaso. In ogni caso, nonostante la decisa metallizzazione del sound in più punti, i Pallbearer sono essenzialmente una band che vede nel rock una fonte inesauribile di ispirazione, pur in declinazioni varie e multiformi (prog rock, post rock, heavy rock, fate un po’ voi...); in più, c’è la passione per le tracce torrenziali di cui dicevamo poc’anzi, che vede emergere atmosfere al limite del blues nell’incipit di “Dancing In Madness” (la prima delle due suite) guidato dall’assolo di chitarra. Una dimensione in cui la band sembra perfettamente a suo agio, riuscendo a diluire tutte le anime del proprio sound in un minutaggio così lungo, tanto da far emergere insospettabili momenti “muscolari” memori dei fasti dei Cathedral e, perché no, dei Type 0 Negative, ben miscelati ai passaggi più delicati e di matrice prog. Ancora più marcata è la caratterizzazione del quartetto sulla conclusiva “A Plea For Understanding”, impreziosita da un’inattesa quanto insospettabile linea vocale che si fa subito elegia celeste, lasciando l’ascoltatore in balia del manto psichedelico di cui si ricopre l’atmosfera. Un disco a mio parere non del tutto riuscito (complice la già citata dilatazione dei tempi), ma con molte frecce al suo arco, che ci consegna una band in piena forma e probabilmente in grado di esprimersi su livelli ancora superiori in futuro.
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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