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Reviews - Overkill
:: Overkill - Ironbound - (Nuclear Blast – 2010)
I servizi giornalisti tradizionali trasmessi dai tg il primo dell’anno sono essenzialmente due: l’ecatombe dovuta ai “botti” e il primo bagno dell’anno. Tralasciamo l’usanza barbara dei fuochi pirotecnici e soffermiamo la nostra attenzione sull’altro: qui e là per lo stivale gruppetti di persone festeggiano l’arrivo del nuovo anno con un salutare bagno nell’acqua gelida. Per lo più si tratta di attempati signori. Il pensiero che mi passa per la mente mentre scorrono le immagini è: ma chi glielo fa fare? Superato questo interrogativo, ne sorge subito un altro: ma se ci riescono loro, perché non dovrei riuscirci io che ho qualche decina di anni in meno? Più meno la stessa cosa mi è saltata in mente appena terminato l’ascolto di Ironbound, nuovo album degli inossidabili Overkill. Al primo quesito (ma chi glielo fa fare?) mi son detto la passione, che evidentemente è più forte di ogni delusione (gli Overkill sono uno dei gruppi più sottovalutati della storia del metal). Il secondo (se lo fanno loro… perché non dovrei farlo io) si è tramutato in “se ci riescono loro, perché non ci riescono band più giovani?” Riescono a far cosa? Semplice, ottimi album di Heavy Metal. Per questo Ironbound è puro e incontaminato Heavy Metal (solo in seconda battuta lo si può definire speed\\thrash). Mantenere il conto degli album pubblicati dagli americani è cosa ardua, meglio evidenziare come tra questi ci siano due o tre capolavori e una miriade di ottimi album. I segni distintivi sono sempre i soliti: la voce abrasiva di Bobby \"Blitz\", il groove sabbathiano del basso di Carlos \"D.D.\" Verni, una sezione ritmica al cardiopalmo. I brani sono forse più lunghi e complessi del solito e ricordano in alcuni casi i Megadeth (certo Dave dei brani così non li scrive da tempo…), su tutti l’opener “The Green And Black” e “Killing For A Living”.. Il concetto è questo, se vi definite metallari allora acquistate Ironbound e ascoltatelo. Dopo dismettete i pantaloni larghi, tagliate i dread, liberatevi della vostra cantante in abbigliamento dark e tornate al metal quello vero, quello con il prefisso Heavy. Tutto il resto è metal, ma non è la stessa cosa…
Voto: 8,5/10
g.f.cassatella

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www.myspace.com/overkill
www.nuclearblast.de
:: Overkill - The Electric Age - (Nuclear Blast - 2012)
L’avreste mai detto, cari veterani del thrash metal a stelle e strisce? Tra le bands che contano innumerevoli tentativi di imitazione, negli ultimi tempi vanno annoverati i simpatici newyorkesi Overkill. E dire che il loro sound, pur lungi dall’essere irriproducibile, annovera più di un elemento caratteristico che lo rende inconfondibile. In primis, il basso di DD Verni, e poi la voce di Bobby “Blitz” Ellsworth, vero punto di contatto tra il miglior Halford e la cattiveria speed/thrash che rivoluzionò per sempre il concetto stesso di hard rock ed heavy metal. Non dimentichiamoci che siamo qui a trattare di una delle band più longeve e prolifiche del genere, che giunge all’invidiabile primato di avere 16 dischi in studio all’attivo, con una carriera di tutto rispetto alle spalle. E se posso aggiungere una nota personale, stiamo parlando della band che ha contribuito a render noto in Italia il nome dell’Agglutination Metal Festival, dato che presenziò ben 15 anni fa alla III edizione della kermesse lucana, accendendo per sempre i riflettori su quello che è tutt’ora uno dei festival più importanti del Sud Italia.
Dunque, com’è questo disco degli Overkill? “The Electric Age” è un ritorno più marcato al thrash sparato senza soluzione di continuità, e apparentemente senza fronzoli. Se è vero che in questo caso la velocità la fa da padrone come non mai, è anche vero che le tracce presentano quelle strutture articolate a cui la band ci ha abituato nel corso dei suoi ultimi contributi discografici, pur in una veste più dinamica e di maggiore godibilità. Siamo dunque lontani dalla carica groovy di “I Hear Black” o dallo speed spesso scanzonato di “W.F.O.”, ma anche la pacata e “matura” attitudine che aveva caratterizzato “Ironbound” è messa da parte in favore di una maggiore attenzione a soluzioni tradizionali. Inoltre, il disco presenta in più punti un deciso tributo a sonorità hc tipiche della Grande Mela, con una band che suona con quella perizia che travalica i sottogeneri e va dritta al concetto stesso di metal, e dunque recupera in questa sede i propri elementi costitutivi per giocare al meglio le proprie carte. Per iniziare, l’ottima produzione fa dimenticare alcuni infelici momenti degli ultimi anni; ma anche il processo compositivo risulta degno figlio del combo dal logo verde, con i primi due brani che sono tra i più lunghi del lotto e probabilmente ne rappresentano i momenti migliori.
“Come and get it” si presenta complessa e articolata, con un ottimo chorus e con il drumming potente e forsennato di Ron Lipnicki che ricorda nei suoi stacchi al cardiopalma i momenti più ispirati dei Metallica (“Death Magnetic” compreso), mentre “Electric Rattlesnake” accentua la carica punkeggiante che da sempre caratterizza il quintetto, con tanto di rallentamento sabbathiano nella parte centrale, dominata dal basso di DD Verni. Seguono “Wish you were dead”, con tempi e controtempi che potrebbero riportare alla memoria gli Anthrax se solo si dimenticasse che entrambi i gruppi vengono dalla stessa costa statunitense, e la cadenzata “Black Daze”, con in evidenza la potente voce di Bobby, nonché il pregevole lavoro di lead guitar dei relativamente nuovi innesti Linsk e Tailer.
Gli Overkill tirano poi fuori dal cilindro la priestiana “Save yourself”, la cui carica speed promette di essere una vera e propria bomba dal vivo, e “Drop the hammer”, potente cavalcata che ha il sapore della Bay Area nei fills di chitarra. I pregi delle due tracks citate sono forse gli stessi nei dell’album: colpendo dritto al cuore dei thrashers più nostalgici, difetta a volte di alcuni necessari momenti di respiro, gli stessi che hanno reso grande “The Years of Decay”. Meglio sperimentare o rifugiarsi nella rassicurante e rodata formula? La verità è come sempre nel mezzo, ed è pur vero che dagli Overkill non ci si attendono stravolgimenti e snaturamenti di sorta. Ciò che però è lecito attendersi è il brano killer, quello che si imprime nella mente dell’ascoltatore. La band ci prova con le conclusive “All over but the shouting” e “Good night”, amara e crudissima sebbene introdotta dall’unica concessione alla chitarra acustica che sia ravvisabile in un disco di pura intransigenza come è “The Electric Age”: solo la Storia potrà dire se l’esperimento sia andato a buon fine. In conclusione, tra le righe credo di aver evidenziato come la costa opposta degli Stati Uniti (Metallica e Megadeth in primis) abbia rappresentato un punto di riferimento costante per il processo compositivo di questo nuovo capitolo della discografia degli Overkill, e dire che questo sia un male è quanto di più lontano dalla verità. È il caso sia dell’opener che delle due tracks finali, che tuttavia sono qui a ribadire un concetto semplice quanto necessario: se in questi anni si assiste ad un ritorno del thrash, è anche grazie alla costanza e coerenza di chi ha continuato a calcare i palchi di mezzo mondo senza mai fermarsi. E non tutti coloro che hanno dato inizio alla scena possono dire di sé la stessa cosa…
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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:: Overkill - The Grinding Wheel - (Nuclear Blast - 2017)
Azzarderei che gli Overkill stanno al thrash come gli Ac/Dc stanno all’hard rock e Bruce Springsteen al rock. Ossia, hanno fatto un paio di album capolavoro e poi tutti gli altri dischi sempre sopra alla media senza mai uscire dal loro seminato. Siamo al diciottesimo album per questi giganti del thrash mondiale e ne hanno ancora da insegnare alle nuove leve di quello pseudo plasticoso thrash iperprodotto ma che ha il cuore fatto a forma di denaro. Con questa ennesima fatica gli Overkill di DD Verni, che mostra, come sempre, la sua abilità e compattezza nel suonare il basso, e di Bobby “Blitz” Ellsworth, sempre sugli scudi con vocalità rabbiose ma anche controllate ed epiche, confermano ancora una volta la propria connotazione negli stilemi classici del thrash più tradizionale, avvallando l’opinione di chi li considera ripetitivi e con poca innovazione. Fattori che, a quanto pare, non sembrano però essere mai stati un motivo di particolare preoccupazione per i nostri, avendo nel tempo permesso loro di conquistare una solida posizione nel cuore del pubblico e, dopo più di trentacinque anni, di restare ancora saldamente al proprio posto.
Questo “The Grinding Wheel” certo non è innovativo, certo non è un capolavoro (The Years of Decay e Horrorscope sono capolavori come gemme a primavera), ma tanta energia, molte delle consuete radici hardcore East Coast e altrettanto sound rock oriented, con una produzione affidata al leggendario Andy Sneap. La prima canzone “Mean Green Killing Machine” è la consueta bordata schiacciaossa, pura colata di metallo, veloce, diretta e pesante, che scuote ogni muscolo del corpo. Proseguendo con le successive “Goddamn Trouble” e la godereccia “Our Finest Hour” si denota un certo gusto che si esplica in riff molto orecchiabili e catchy, di facile presa ed ascolto. Si arriva alla gemma dell’album “Shine On”, con un break melodico-horror centrale da brividi dove il cantato epico elevato al massimo di Blitz e l’ottimo duello chitarristico tra gli axemen Linsk e Tailer fanno di questa canzone un dettame da seguire per le orde di giovani thrashers. Nella successiva “The Long Road\", si intravede il lato epico di questo album con un cantato alla Maiden e il dipanarsi delle due asce che si ricorrono senza fermarsi. L’incipit di “Let’s All go to Hades” ha un incedere vagamente doom per proporre poi un thrash’n’roll efficace, virile e mai domo. Si aspetta “Come Heavy”, sabbathiana fino al midollo, che fa muovere il piedino e la testa in maniera spiccata per tornare ai tempi delle cadenzate canzoni-capolavoro di The Years Of Decady; “Red White And Blue” e “The Wheel” pestano duro facendo godere gli aficionados con ciò che vogliono, ossia energia, potenza, cuore e grinta. Arrivati al capolinea dell’album vi è la titletrack che in maniera davvero penetrante raccoglie la summa di questa band, fatta di un’abbondante e ottima miscela di thrash, sfuriate speed e un contesto cantato quasi sofferto nel suo finale con il batterista Lipnicki sempre attento ed efficace e un basso ancora maideniano, miscelando una profonda epicità finale, fatta di cori e note lontane, quasi un omaggio al mitico R. J. Dio.
In definitiva, gli Overkill non sono un gruppetto figo tatuato anche dietro alle orecchie che vuole apparire per far successo. Sono nell’olimpo del thrash americano e non solo, e anche se non hanno venduto milioni di dischi non tradiranno mai i propri valori musicali. Esprimono musica di pura energia con classe tecnica e tanta voglia di accontentare loro stessi e i loro fans.
Voto: 8/10
Daniele Mugnai

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:: Overkill - White Devil Armory - (Nuclear Blast - 2014)
In un mondo in cui non esistono più le mezze stagioni e in cui si stava meglio quando si stava peggio, una delle poche certezze rimaste sono gli Overkill. Bobby Blitz e soci non sbagliano un colpo, certo le ciambelle escono alcune volte più buone e alcune volte meno, però tutte hanno un bel buco al centro. Anche White Devil Armory non sfugge a questa regola, probabilmente non è il miglior disco degli newyorchesi, ma sfido chiunque nel 2014 a fare di meglio in campo metal. Sarà che a differenza di altri big degli anni ‘80 gli Overkill il successo vero l’hanno solo sfiorato, però è innegabile come l’imborghesimento che ha colpito altri più illustri colleghi per gli autori di Under The Influence è ancora lontano da venire. “Armorist” è l’ariete che sfonderà la vostra corazza di scetticismo metallico, “Pig” vi farà sperare di non essere voi il maiale contro cui si scaglia la band. E il groove? Quel groove che aveva caratterizzato la seconda fase degli Overkill? Eccolo in “Another Day To Die”, mentre “King Of The Rat Bastard” non fa rimpiangere l’insalata di ratti dei Black Sabbath o il volo del ratto dei Deep Purple. Neanche quella livella discografica che risponde al nome Nuclear Blast è riuscita nell’impresa di annullare l’impeto di D.D. Verni & Co, non troverete una copertina fatta con lo stampo o una produzione super laccata, ma una cover in piena tradizione e una produzione sporca, che ha da sempre caratterizzato la band. Tutto positivo allora in White Devil Armory? Certo, perché ne dubitavate?
Voto: 8/10
g.f.cassatella

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