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Reviews - Opera Seconda
:: Opera Seconda - L’attesa - (Music Force - 2016)
Allora, procediamo per associazioni: la band si chiama Opera Seconda, quindi l’accostamento ai Pooh è immediato, tanto più che – a parte questo cd – la loro attività principale consiste proprio nell’esibirsi come tribute band di Facchinetti e soci. La cover band che si cimenta su territori “inediti” è un po’ una costante della Music Force, che aveva sperimentato su questi lidi anche in occasione del disco dei Regina, già recensito su queste pagine. E a proposito di vecchie conoscenze, non possiamo fare a meno di notare come dietro al microfono degli Opera Seconda ci sia Gianluca Di Febo, che abbiamo precedentemente incontrato nei Terzacorsia (anche loro editi dalla label teatina); la timbrica vocale è quella, il contesto leggermente diverso – sempre pop è, ma quello dei Terzacorsia si muoveva al limite dell’indie, mentre questo progetto abbraccia territori sicuramente più “canonici”, almeno per gli ascoltatori nostrani. Fine delle associazioni, direi... e ne abbiamo abbastanza per definire un background che porta con sé un ottimo bagaglio tecnico che emerge soprattutto negli intrecci delle voci e nel lavoro chitarristico di Ivano Cavallucci. Come di consueto ci si muove su territori ben distanti dalle coordinate care ai nostri lettori, per quanto la qualità sia un tratto distintivo della Music Force, tanto da far intendere come il lavoro da talent scout non sia stato ancora messo in cantina nell’attuale panorama musicale. In ogni caso, “L’attesa” è composto da sette brani, compresa la cover di “Gitano” dei Pooh, a sottolineare una forte continuità tra il progetto della tribute band e quello del disco di inediti. Gli Opera Seconda partono sostanzialmente dai Pooh e dalla loro sensibilità musicale, un elemento che porta sicuramente all’inclusione di elementi prog negli arrangiamenti, senza che per questo l’elemento radio-friendly venga sacrificato, anzi... il minutaggio complessivo parla da solo, e l’idea di includere sette brani in meno di mezz’ora lascia questo disco a metà tra il classico EP e il canonico debut “sulla lunga distanza”. D’altronde, si tende sempre a citare “Parsifal” come esempio di incursione dei Pooh nel prog, ma anche la pietra miliare della band bolognese aveva forti radici nel pop, esattamente come avveniva in alcuni episodi dei Genesis, quelli più cari al pubblico italiano. Ecco, la formula degli Opera Seconda è più o meno questa: pop “di classe” con leggere orchestrazioni che strizzano l’occhio alle complessità britanniche pur senza mai lanciarsi in tempi dispari e affini. L’opener “L’ultimo amore” è sicuramente il brano di punta del disco: ricorda gli episodi intimisti dei primi dischi del Ruggeri solista, quelli in cui strizzava l’occhio ad Aznavour, per intenderci. Altro episodio interessante è la mini-suite che dà il nome al disco, divisa in due parti, con la partecipazione di Phil Mer dietro le pelli (che i più attenti ricorderanno come il sostituto di Stefano D’Orazio dietro le pelli dei padri putativi degli Opera Seconda) e con una coda ai limiti del rock sinfonico che ci consegna un pregevole lavoro di chitarra nel pieno stile di Dodi Battaglia, insieme al brano successivo, la succitata cover di “Gitani”. Ah, tra gli ospiti di lusso figura anche il buon Drupi, qui presente in due brani di cui una seconda versione de “L’ultimo amore”. Non è escluso che io stia ascoltando la voce di Drupi per la prima volta, in questa occasione: sì, in Italia abbiamo grandi voci, ma il mio “vizietto” per ben altre sonorità lo conoscete tutti, perciò non ho grandi emozioni da nascondere in questa sede, se non la constatazione che la personalità dei brani ne beneficia di sicuro. A parte questo, se vi piace la tradizione nostrana e se siete “orfani” dei Pooh, vi consiglio senz’altro di cercare questo disco e dare un ascolto agli Opera Seconda.
Voto: 6,5/10
Francesco Faniello

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