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Reviews - Motel Satori
:: Motel Satori - Blossom and Flower - (Autoprodotto - 2019)
Ricordo bene la mia infatuazione per il Giappone. Era una cosa tutta personale, che partiva dai romanzi di Banana Yoshimoto e da certo cinema di cui a stento ricordo le trame, passando (immancabilmente) per i Loudness, i Blonde Redhead e giungendo fino a Bem, il mostro umano, l’anime horror di fattura nipponica ma con un’iconografia di riferimento che guardava all’Occidente. Senza dimenticare, perché no, uno di quei simboli di morbosità tutta orientale che è il love motel – non che manchino esempi simili in casa nostra, intendiamoci. Ecco, con la loro capacità di sintetizzare il chiaroscuro, i Motel Satori incarnano perfettamente la mia immagine personale del Sol Levante, anche se di levantino hanno solo il fatto di vivere in una città come Ferrara che guarda inevitabilmente a Est, all’Adriatico, e anche se il “satori” del monicker ne colloca gli intenti ben lontano dal boccaccesco riferimento da me impiegato. Ma non sottilizziamo... il quartetto nasce dalle ceneri dei Macròlle, formazione autrice di quel “One Over Zero” già recensito su queste pagine; “Blossom and flower” è il loro primo EP, contenente quattro pezzi e uscito quest’anno. Doveroso dunque partire da questo dato, che fotografa da subito i Motel Satori in una fase di maturazione rispetto al già turgido predecessore – e la metafora visiva non è casuale, perché se prima avevamo un combo che coniugava la sperimentazione prog e post/rock con un cantato tagliente e ammiccante, la nuova band di Stefano Catozzo, Massimiliano Pedrazzi e Giorgio Covi si fa talamo velato, gioco di specchi, teatro delle ombre, assumendo connotati eterei per via della timbrica sognante e “liquida” della singer Cora Marzola. Non aspettatevi una clone di Kazu Makino ma potete ugualmente ben riporre le vostre speranze, dato che sin dall’iniziale “Impure” le linee vocali sono egregiamente asservite al progetto di insieme, senza mai collocarsi in contrasto con esso. Una sensazione di “sospensione” che dura fino alla conclusiva “A Wiggle in Space”, che sin dall’incipit si presenta come tipico episodio sperimentale, teso a comunicare il grigiore tipico dell’alba, tenendo l’ascoltatore per mano sino alla fine. Mi preme tuttavia incensare quello che è senza dubbio il perno di questo “Blossom and Flower”, quella “The Loophole” i cui intrecci tra voce e tastiere ricordano i francesi Air, ma che spiazza piacevolmente l’ascoltatore con un basso a metà tra Tool e Propellerheads, subito doppiato da uno sciame chitarristico che sfocia in un’apertura di quelle care a Steven Wilson, a sottolineare – se mai ce ne fosse ancora bisogno – lo spessore del progetto. Non ci resta che attendere il debut sulla lunga distanza per pianificare una nuova tappa al Motel Satori.
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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