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Reviews - Monument
:: Monument - Hair Of The Dog - (Roar!/Soulfood - 2016)
Va beh, ma allora lo fate apposta… non faccio in tempo a credere di essere ferratissimo in materie tipo il retro rock oppure l’ennesima ondata di thrash metal in tutte le salse, ed ecco che saltano fuori nuove etichette. Un esempio? La NWOTHM! Mentre sei lì a chiederti cosa significhi la T, e sei già convintissimo che stia per “Tasmanian”, un colpo di Google svela l’arcano e ti avvisa che esiste la New Wave Of Traditional Heavy Metal! Poi fai un’ulteriore ricerchina e scopri che i cospiratori si annidano un po’ tutti nella perfida Albione (ex colonie comprese), proprio il luogo da cui è iniziato tutto e che oggi sembrava aver dimenticato le sue origini, di vecchia o “nuova” ondata: a metterci lo zampino è ormai da tempo la storica Earache (per l’occasione convertita alla “tradizione”, dopo i gloriosi trascorsi death/grind), che vede nel suo roster artisti del calibro dei canadesi Striker e Cauldron, nonché i californiani White Wizzard… ecco, partiamo da questi ultimi. Il singer Peter Ellis ha militato per un breve periodo nelle loro fila prima di ristabilirsi a Londra e metter su la sua nuova creatura, i Monument, autori del debut “Renegades” nel 2014 e ora fuori con questo nuovo “Hair Of The Dog”. Titolo del chiaro sapore post/punk, copertina simil-punk (ma anche in stile Tankard) con l’immancabile bulldog birra alla mano e Union Jack sulla maglietta, suoni che a tratti farebbero pensare a forme più estreme di metal ma soprattutto voce dickinsoniana che più non si può (con particolare riferimento al periodo a cavallo tra ‘80 e ‘90): insomma, nulla di nuovo, ma miscelato bene. Certo, i neofiti perdoneranno il mio scetticismo dinanzi a definizioni tipo “i nuovi eroi della NWOBHM” o “gli alfieri della NWOTHM” riferite ai Monument; sorrido, ma in maniera bonaria. Mi è addirittura capitato di leggere che determinati fenomeni sono destinati a soppiantare i nostri beniamini originari (Iron Maiden, Saxon e chi più ne ha più ne metta, dato che in effetti l’età avanza), quindi chissà… per il momento, non si può negare che l’ascolto della scoppiettante title track di questo disco faccia molto per spazzare via ogni dilemma, con il quintetto che miscela un assalto stradaiolo con una punta di melodie maideniane pregne di quella malinconia memore di “No Prayer For The Dying” e ”Fear Of The Dark”, e con un po’ di quel sound post/power che vedeva molti degli act più blasonati cimentarsi su altre frontiere, e il gioco è fatto. Il tutto coronato dai sagaci assoli di chitarra della coppia Stephens/Baune, ben costruiti e al contempo una vera delizia per gli appassionati di “enigmistica metal”. In che senso? Nel senso che “Hair Of The Dog” è un bel disco, non lo nego, ma è pieno fino all’orlo di richiami più o meno evidenti alle composizioni della Vergine di Ferro: vi invito a riconoscere l’incedere di brani come “Fates Warning” e “Sign of the Cross” su “Streets Of Rage”, a scovare la variazione chiaramente debitrice di “The Duellists” su “Imhotep (The High Priest)” – una track che per il resto si attesta su ottime coordinate Judas Priest/Thin Lizzy – nonché ad ascoltare la strumentale “Olympus”, un po’ la “Transylvania” del caso, con le immancabili twin guitars che ricordano “Powerslave” e una serie di assoli ampiamente prevedibili per chi conosce a menadito l’operato della coppia Murray/Smith. Certo, c’è anche altro, e i Monument piazzano l’asso con il passo cadenzato di “Emily”, con “A Bridge Too Far”, sorta di re-inizio collocato verso la fine della tracklist, con l’interessante epic melodico di “Heart Of Stone” e con la cavalcata finale schiacciasassi di “Lionheart”. A questo punto, si tratta di stabilire se amate la roba derivativa o no, e “Hair Of The Dog” lo è, senza giri di parole. Viene anche da pensare che se fossimo nel 1994 i Maiden avrebbero avuto meno difficoltà a trovare un sostituto per Bruce Dickinson con uno come Peter Ellis a disposizione, ma in fin dei conti la domanda è per quanto ancora ci saranno in giro vecchi pazzi come me con il pallino della filologia, che si mettono a scovare riff, a fare raffronti e a rivangare i lick che hanno segnato un’adolescenza. E qui torniamo al discorso del passaggio del testimone tra NWOBHM e NWOTHM… accadrà davvero? Di una cosa sono certo: per quanto appassionati di Storia (come Dickinson e Harris), i defenders preferiscono la musica… pertanto, non mi resta che consigliar loro questi Monument!
Voto: 7/10
Francesco Faniello

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:: Monument - Hellhound - (ROAR!/Soulfood - 2018)
Dei Monument e del loro sound così tipicamente britannico da risultare esageratamente maideniano ho parlato a profusione in occasione della recensione del loro precedente “Hair Of The Dog”, uscito due anni orsono sempre per la Rock Of Angels Records. Da allora, la band ha calcato palchi sempre più prestigiosi e ha fatto girare il proprio nome in maniera sagace (anche e soprattutto grazie a un oculato management), a parziale conferma di quel “ricambio generazionale” che sembra ormai essere imminente in questo genere di musica. Certo, i detrattori obietteranno che il piglio essenzialmente derivativo dei Monument e il timbro dickinsoniano del singer Peter Ellis non sono esattamente il miglior biglietto da visita per raccogliere un testimone di tale peso, e avranno ragione. Resta però il fatto che con questo “Hellhound” i mastini della NWOTHM tirano fuori un altro lotto di tracce più che gradevole; nove o dodici, a seconda dell’edizione in vostro possesso, con tre bonus tracks, l’inedita “Creatures Of The Night” e ben due cover – “Long Live Rock ’n’ Roll” dei Rainbow e “Deja Vu” dei loro beniamini Iron Maiden. Ecco, partiamo proprio dalle cover e ci togliamo il pensiero: se il brano originariamente presente su “Somewhere in Time” rappresenta una scelta carina, inusuale e (neanche a dirlo) perfettamente nelle corde dei Monument, l’inno di Blackmore e Dio assume – non so perché – un tono lezioso, in stile “guardate che sappiamo fare altro” e perciò non convince appieno. Passando al disco vero e proprio, va detto come potremmo ancora una volta giocare all’infinito a individuare i rimandi alla discografia maideniana, ma sono lungi dal voler salire nuovamente in cattedra... lascio a voi il compito, dato che (come già detto) “Hellhound” merita l’ascolto da parte dei defenders, specie per inserti come “The Chalice”, tipico inno HM della seconda ondata, con un lievissimo flavour da inizio anni ’90/declino inesorabile del metal classico, ma solide basi ben sviluppate dalla coppia di axemen e dalla sezione ritmica. Altra menzione va alla cadenzata “Nightrider”, che aggiunge un tocco priestiano e roccioso alla formula del quintetto, così come all’interessante “The End”, che riesce a condensare l’atmosfera delle tipiche suite a firma dei padri putativi – come “To Tame A Land” o “Mother Russia” – senza comunque perdere di mordente. A parte la presenza di alcuni filler (che “casualmente” sono gli episodi che più si discostano dal modello imperante), una cosa che mi ha colpito sono i titoli dei pezzi, spesso identici a ben più blasonati brani della tradizione metal, come (appunto) “Nightrider”, “Wheels Of Steel”, “Straight Through The Heart” o la già citata “Creatures Of The Night” (e il compito di scovare gli originali va nuovamente a voi!). Ed ecco che, mentre pensavo ovviamente ai Saxon ascoltando “Wheels Of Steel”, salta subito all’orecchio la citazione di “Sun And Steel” durante l’assolo della stessa... beh, l’ho trovata una mossa ironica e geniale che ha risollevato non poco la mia opinione della band, che qui appare in grado di prendersi non troppo sul serio. O sarà un caso? Dopotutto, “Life is like a wheel”, scrivevano Dickinson e Smith, e i Monument non hanno potuto far altro che sottoscrivere. Buona caccia a tutti!
Voto: 7/10
Francesco Faniello

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