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Reviews - L’Ira Del Baccano
:: L’Ira Del Baccano - Paradox Hourglass - (Subsound Records - 2017)
Bacco è un bonaccione, più portato all’allegria che al malumore. Ma se anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano, perché non dovrebbe farlo anche il più avvinazzato degli dei? Magari la sua ira ci mette un po’ a montare, ma quando arriva, non ce n’è più per nessuno. Fortunatamente, per il nuovo de L’Ira Del Baccano non abbiamo dovuto attendere sette anni, come è avvenuto invece tra la pubblicazione dell’esordio Si Non Sedes Is – Live MMVII e quella del suo successore Terra 42, questa volta i romani ci hanno impiegato solo tre anni per confezionare Paradox Hourglass, album accattivante sin dalla splendida copertina di Fabio Listrani (già autore dell’altrettanto bella cover del predecessore). Ancora una volta ci troviamo innanzi a fiume di note in piena, però questa volta il magma sembra più controllato, quasi pulito e limpido. Se i due predecessori erano fumosi come un joint, Paradox Hourglass è ordinato come un cristallo di metanfetamina. Non scappate via inorriditi, non gridate al tradimento, la formula di base è la stessa, lunghe jam strumentali in cui hard rock, proto-doom, psichedelia convivono pacificamente, però la somma delle parti, questa volta, ha quasi un sapore progressive, se non fusion (ho detto, non scappate!). Il duo storico Santori-Malerba prosegue imperterrito il proprio viaggio nelle profondità dello spazio, con la sezione ritmica Contini-Salvi che continua a mantenere un contatto aperto con i parenti sulla Terra. La riprova è l’iniziale “Paradox Hourglass - Part 1 (L’Ira Del Baccano)” che non marca un solco divisorio netto rispetto a quanto fatto in passato. È dalla seconda “Paradox Hourglass - Part 2 (No Razor for Occam)” che incomincia a comparire la nuova anima del gruppo, quella prog simil fusion di cui sopra, che non scema neanche nelle due conclusive “Abilene (The Trip To)” e “The Blind (Phoenix Rises). Un disco forse meno istintivo, che in quattro movimenti conferma la classe cristallina della band. Ora non ci resta che ascoltare i nuovi brani dal vivo, certi come siamo che cambieranno pelle in quella sede, perché nessun attacco d’ira è uguale al precedente!
Voto: 8/10
g.f.cassatella

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:: L’Ira Del Baccano - Si Non Sedes Is – Live MMVII - (Autoprodotto - 2007)
I Romani L’Ira Del Baccano sono un gruppo fuori dal tempo e dalle logiche che regolano l’underground italiano. Nati all’indomani dello scioglimento dei Loosin ‘O’ Frequency, band con all’attivo un cd prodotto da Paul Chain, con l’intenzione di proporre musica strumentale, arrivano con Si Non Sedes Is all’esordio autoprodotto. Non molte band esordiscono con un live (io ne ricordo solo alcune: MC5 con Kick Out The Jam, Primus con Suck On This, e pochi altri), ma i LIDB hanno deciso di farlo e lo hanno fatto con risultati ottimi. Il cd è un viaggio in 5 tracce, frutto dell’improvvisazione, e ciò fa di questo cd la foto di un momento irrepetibile. Il termine viaggio non è casuale, Si Non Sedes Is è una porta per lo spazio profondo. Hakwind incontrano Pink Floyd (quelli veri, quelli ante Atom Mother Heart, per intenderci), il tutto sotto l’ala protettrice dei Black Sabbath. Dovendo dare un etichetta al gruppo, opterei per Heavy Psychedelic Music. Prendete i Grateful Dead, appesantite il loro sound e avrete una vaga idea del genere proposto. Lasciatevi trasportare dal magma di polvere stellare prodotto da L’Ira Del Baccano, non ne rimarrete delusi. Ah, dimenticavo il disco è consigliato da “La Guida Galattica Per Autostoppisti”, il che è tutto dire…
Voto: 7,5/10
g.f.cassatella

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:: L’Ira Del Baccano - Terra 42 - (Subsound Records - 2014)
Sette/otto anni fa tra i vari profili di Myspace beccai quello di una band con un bel nome evocativo, L’Ira Del Baccano. Iniziai una serie di scambi di battute col gruppo sulla comune passione per la psichedelia e per la Guida Galattica Per Gli Autostoppisti. Di lì a poco la band esordì con un live, che prontamente recensii su queste colonne. Correva l’anno 2007, e de L’Ira ho da allora seguito le sorti, aspettando trepidante un nuovo lavoro, che in questi giorni finalmente si è materializzato sulla mia scrivania. Sin dal profilo grafico l’opera, Terra 42, si presenta impeccabile, in un formato digipack o doppio gatefold. Chiaramente è l’aspetto musicale quello che più conta, e anche da questo punto di vista l’album si presenta ineccepibile, sia per i suoni che per i contenuti: una lunga suite divisa in tre fasi (Phase I - The Infinite Improbability Drive Part 1-2-3, Phase II - Sussurri... Nel Bosco di Diana e Phase III - Volcano x13). Un magma di note, senza alcun ausilio di voci, che riprendono i dettami della psichedelia classica infarcendoli di rimandi al doom dei Sabs, ai riffoni dei Grand Funk e allo space degli Hawkwind. Ci si perde facilmente nel vortice sonoro creato dei romani, qualche volta ci si ritrova anche, ma solo per essere ricacciati nelle profondità dello spazio. Se sia studiato a tavolino questo disco o sia una pura una jam non mi è dato saperlo, ma scommetto che dal vivo non verrà mai riproposto uguale a se stesso. Ma questo non è il dubbio più grande che ci assale, perché non siamo neanche certi che quello che sentiamo registrato sul supporto in silicio sia effettivamente sempre identico. Terra 42 è come quei quadri che compaiano nei cartoon di Scooby Doo, quelli che appena volti le spalle, i visi dipinti cambiano espressione. Ecco, appena lo rimetti sul piatto, ti pare di ascoltare qualcosa di simile a quello udito l’ultima volta, ma non proprio identico. Se non mi credete, provate anche voi Terra 42, io vi aspetto nella sala dei ritratti.
Voto: 8/10
g.f.cassatella

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