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Reviews - Hellbound
:: Hellbound - Into The Abyss - (Autoprodotto - 2019)
Le fanzine cartacee, lo scambio sistematico delle cassette C60-C90 (le C45 per noi metallari amanti delle compilation duravano troppo poco), HM, Metal Shock, Metal Hammer, i primi Flash; tutto ciò ci catapulta nella bellezza metal degli anni 80, così come questo debutto discografico degli Hellbound, band in auge nella zona limitrofa di Torino e dedita all’Heavy Metal di puro acciaio con riferimenti al mito di Lovecraft e i cicli di Cthulhu (vedi la copertina del cd), immagini oniriche alla Clive Barker (vedi il nome della band), e testi intrisi di malefica e ispirata invenzione horror-diabolica. Per ciò che riguarda la produzione, ahimè essa risulta essere il punto debole della release: tornando al discorso iniziale, sembra appunto di essere davanti a una produzione anni 80, fatta nello scantinato per intenderci, con poca precisione nei suoni e con altrettanta pochezza nel cercare di bilanciare gli strumenti tra loro. Ma veniamo al contenuto.... l’iniziale “Heavy Rain” è un attacco ferale in una classica song NWOBHM precisa e tatticamente vincente, non fosse per il vocalist simil Cronos che però alle volte stona con l’impatto sonoro puramente ferro e fuoco del metal puro, con un ottimo passaggio di basso del fact totum Stefano Sofia, autore di quasi tutti i testi e della musica del disco. Stesso discorso per “Hunters and Pray”, canzone granitica senza fronzoli né orpelli. Raven, Anvil, primi Iron Maiden e chi più ne ha ne metta conducono nell’acciaio che stride e sferraglia su “Annihilation from the Abyss”, un’orrorifica song che si immerge nell’abisso grazie anche ad un pregevole lavoro chitarristico. Se cercaste King Diamond, con le sue intro sabbatiche organistiche veleggiare tra le colline del chierese (la zona limitrofa al torinese abitata dei nostri) lo trovereste in questa altra canzone chiamata “Symphony of Evil / Evil Church”, ove si evince finalmente un sound migliore dietro le pelli in una simbiosi che ricorda le messe nere senza capre sgozzate ma tanti veli trasparenti. Completamente strumentale “Riders of Chaos” in un turbinio simil thrash nelle sue accelerazione e gusto melodico alla Megadeth negli assoli, il tutto mischiando quelle fughe maideniane che non guastano mai. Si finisce l’ascolto di questo cd con “The Hill Of Sorrow”, al grido lancinante e gracchiante della voce, di rasoiate elettriche per la chitarra, pulsazioni del basso, precisione della batteria, il tutto condito dalla voglia di fare puro metallo colante fuoco e durezza metalmeccanica di torni grezzi. Gli Hellbound in definitiva hanno quelle idee funzionali che fanno di questa talentuosa band un punto di riferimento, mainstream permettendo, capacità economiche e produzione migliore pure, per quel sano, caldo, duro, sound d’acciaio metal.
Voto: 7/10
Daniele Mugnai

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