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Reviews - Entering Polaris
:: Entering Polaris - Godseed - (Freya Records - 2018)
Ve lo dico subito, così non mi fraintendete poi: non ho mai amato alla follia progetti come gli Avantasia, nonostante vi fossero tutte le caratteristiche per solleticare la mia curiosità nella borsa piena di pepite d’oro di Tobias Sammet e nelle sue frequenti incursioni nelle radici del power/speed tedesco. Più vicini alla mia sensibilità erano i Probot di Dave Grohl (con un disco effettivamente degno di nota e con molte frecce al suo arco), ma anche quel genere di intuizioni ha iniziato a mostrare la buccia ai miei occhi e alle mie orecchie, tanto che oggi come oggi guardo con diffidenza a un qualsivoglia progetto musicale che coinvolga, anche solo per una traccia, un ospite di grido. La tentazione di gridare allo specchietto per le allodole è tanta, e spesso un nome “di peso” ha la funzione di occultare un contemporaneo vuoto creativo che però riemerge inesorabile nel resto del disco, se non nella traccia in questione, neutralizzandone la funzione. Detto questo, potete immaginare quali siano state le mie sensazioni nello scoprire, al primo ascolto di “Godseed”, che si trattava di un progetto con simili presupposti. Messo su dal chitarrista belga Tom Tee, Entering Polaris non è altro che il fratello gemello e “prog” di In Motion, altra incarnazione il cui debutto è schedulato per l’anno in corso, e che dovrebbe avere connotazioni più vicine al death/thrash, senza comunque trascurare l’indole melodica dell’axeman. Nove le tracce incluse, con illustri ospiti dietro il microfono che possono vantare blasonate band di origine come Balance Of Power, Soilwork, Therion, Sieges Even e anche i nostri Rhapsody. Chiaro dunque che il genere di riferimento sia il prog metal contemporaneo, con un po’ di influenze classic metal disseminate qua e là, secondo uno schema che dovrebbe fare felici sia i fan di Maiden e Helloween che quelli di Rush e Symphony X. Ecco, su questo avrei qualcosa da dire, poiché mi pare che i fans del classic/power siano più “marci” e stradaioli di quanto gli addetti ai lavori siano portati a credere, ma si tratta di un dettaglio. In realtà, “Godseed” presenta una natura miscellanea non tanto per il tessuto armonico (vicino ai generi di riferimento) quanto per le scelte melodiche dei vocalists: si passa dagli strani inserti di growl dell’opener o di “Paradise Reclaimed” agli interventi operistici della soprano francese Audrey Dandeville, a volte un po’ eccessivi e poco amalgamati con il resto. Ma visto che ad andare in growl è il buon Björn “Speed” Strid dei Soilwork e (soprattutto) The Night Flight Orchestra, questo piccolo vezzo si può perdonare. Meglio sarebbe stato vederlo in veste di crooner AOR ottantiano, ma magari non era questa l’idea di Tom Tee, che non disdegna un interessante inserto di sax nella seconda traccia “Fightless”, quasi a conferire un tocco più “urbano” al dilagare delle atmosfere fantasy. Ovvio che per i miei gusti uno dei pezzi più validi sia “It’s A Good Day For Burning Witches”, cantata dal mitico Thomas Vikström dei Therion ma soprattutto dei Candlemass di “Chapter VI”, un pezzo che si erge sul prog imperante per chiamare a raccolta un po’ di sano metallo classico. E se sulla title track (che sfoggia ancora una volta Vikström dietro il microfono) grideresti ai Gamma Ray, la successiva “Clear Skies” ha un mood paradossalmente pop punk nelle vocals di Lance King dei Balance Of Power: parlo del ritornello, ma alla fine non si può non notare il dilagare di melodie happy metal come se fossero coriandoli. A riportare la lancetta su coordinate più “umane” ci pensa la ballad “A Song Of Distant Earth”, che presenta una riuscita miscela tra lo stile “bardico” e le contaminazioni anni ’90 che vanno dal grunge agli Extreme. Non posso non menzionare l’eccelsa prova del nostro Fabio Lione su “The Field Of Ghosts”, un episodio che comunque non ne valorizza appieno le potenzialità, mentre va detto come la conclusiva “The Long Run” riscatti alla grande il disco, mostrando il lato più maturo del progetto Entering Polaris, con l’ovvio avvicendamento di tutti gli ospiti per una track che ha davvero il taglio della suite, con momenti di respiro sottolineati dai passaggi acustici e interrotti da gradite sfuriate non troppo avvinghiate al classico mantra dei tempi spezzati. Un giudizio interlocutorio il mio, che forse meriterebbe l’ascolto dell’altro progetto in cantiere per poter essere espresso nella sua interezza.
Voto: 6,5/10
Francesco Faniello

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