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Reviews - Dead Venus
:: Dead Venus - Bird of Paradise - (Non Stop Music / Rockstar Publishing - 2020)
Liberatemi… liberatemi… bisogna dire la verità… nessuno dice la verità… forse Seraina Telli (ex cantante delle Burning Witches) con questa sua nuova creatura chiamata Dead Venus ha voluto esprimere la propria verità musicale cantando, suonando la chitarra, sfiorando i tasti d’avorio e quant’altro. Il risultato che ne viene fuori è clamorosamente favoloso e veritiero. Le sue canzoni sono coadiuvate da esperti musicisti quali Andrè Gartner al basso e Mike Malloth alla batteria, con la chitarra elettrica di Seraina a creare sottofondi rockeggianti o a guidare quelle canzoni più corpose dal sapore metallico. La varietà stilistica è disarmante per fluidità, per modernità di produzione grazie ad una componente compositiva superiore alla media, creando una sorta di assuefazione a questo album, come se l’ascoltatore dovesse “farsi” quotidianamente, sparandosi nelle vene la sequenza di queste canzoni così drogate di magia. Dopo l’intro di solo pianoforte tanto delicata quanto maliziosamente sognante “Latitudinarian”, si incomincia con un approccio alla Muse dove l’aggressività rock è solo sfiorata con fraseggi di jazz leggero. “Bird of Paradise” ha linee pop da urlo, ove la produzione è il classico anello mancante (non in questo lavoro, di certo) messo al dito di questo disco eccelso. I vari Kenny Loggins, Richard Marx e Robert Tepper sono punti di riferimento per la successiva “Kiss of the Muse” che si erge ad ottima song, strutturata con i suoi “dolci su e giù”, dinamicamente sensuale. C’è tutta la voglia di jazzare nella successiva “Dark Sea” e Alanis Morissette veleggia nell’aria tra le note acchiappate tra uno strumento e l’altro. Mi inchino di fronte al capolavoro chiamato “Human Nature” ove le sorelle Wilson (Heart) la fanno da padrone come sentore e struttura musicale. Sognante, cangiante, con crescita finale tipo “Gira nel mio cerchio”, splendidamente “make love”. Ancora pianoforte, ancora musicalità alla John Oliva in “Valediction” (sentendo spesso il pianoforte in questo disco mi è venuto alla mente il compianto Ezio Bosso… RIP maestro). Quando i Savatage più teatrali s’incontrano con i Meat Loaf cinematografici potrebbero uscirne fuori due canzoni tipo “The Beauty” e “Redemptionless”, con vocalizzi mozzafiato e con la durezza dell’erotismo simil goth moderno nel suo miscuglio sequenziale di voci dolci e amare. Siamo alla ballata intimista “Dear God”, che ci regala il sottofondo delle spazzole jazz in un cantato sofferto trasformandosi in un bridge tipicamente agrodolce molto anni 80, coinvolgendo tutti i brividi del mondo. La morbidezza acustica della chitarra si scioglie nel muro elettrico in “Sirens Call”, richiamandosi al canto morboso/malizioso delle sirene. “Alone” è una pop-rock-song-jazz-prog sgargiante, grazie ai suoi giochi di chiaro/scuri di gotica memoria sempre in bilico tra il melodrammatico e la lucentezza che si fa “luccicanza”. Si chiude l’album con quella magia allo stato puro di “The Flying Soul” che graffia il cuore e poi lo disinfetta con le labbra trasformate in voce suadente, salutandoci infine con il fascino della musica per l’anima, per il cuore, per la mente. La mente appunto... libera la mente… o liberatene per sempre. Capolavoro assoluto… ho bisogno di un’altra dose e lo riascolto per l’ennesima volta.
Voto: 10/10
Daniele Mugnai

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