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Reviews - Crawling Chaos
:: Crawling Chaos - Goatsuckers - (Autoprodotto - 2008)
Provengono da Rimini questi quattro ragazzi appassionati di mitologia lovercraftiana (come avrete già intuito dal titolo dell’EP) e delle cupe atmosfere di Edgar Allan Poe, ispirazioni letterarie che i nostrani Crawling Chaos cercano di tradurre in musica con il loro primo demo “Goatsuckers”. Il cd in questione, seppure ancora acerbo, come si può facilmente notare dalla canonicità delle partiture e da una certa disomogeneità che caratterizza i cambi di tempo, si fa però apprezzare per la ricerca di uno stile personale, che sorge dalla fusione tra passaggi melodici tipici dell’heavy-metal classico e le sfuriate Death-grind di matrice Carcass. Limando qua e là alcune imprecisioni dovute all’inesperienza i Crawling Chaos potranno certamente in futuro comporre album interessanti ed originali. Avanti così, siete sulla buona strada!
Voto: 6/10
Marco Cramarossa

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:: Crawling Chaos - Repellent Gastronomy - (Memorial Records - 2013)
Decisamente sono fuori allenamento. Mi chiedo ancora come ho fatto a non arrivarci prima: mi arriva nella cassetta della posta il cd di un gruppo chiamato Crawling Chaos, il quale si apre con una track introduttiva dal titolo “Rue d’Auseil”, a sua volta basata su un brano per contrabasso scritto da un tale Alex Voytenko, eseguito da un certo Anton Zhukov e chiamato “The Music of Erich Zann for contrabass solo”. È lapalissiano: Nyarlathotep, il Caos Strisciante, uno dei caposaldi del sempiterno Lovecraft. A sviarmi è stato di sicuro il suntuoso booklet messo su dalla band riminese, con il richiamo a quello che sembra essere il menù di un ristorante macabro e molto particolare, secondo la metafora “gastronomica” espressa dal titolo. Tuttavia, non voglio qui giustificare le mie esitazioni letterarie, quanto piuttosto accompagnarvi in questo piccolo viaggio nel mondo dei Crawling Chaos. “Repellent Gastronomy” si snoda per una cinquantina di minuti attraverso tredici tracce, e giunge dopo un demotape, “Goatsuckers”, che aveva avuto il merito di presentare per la prima volta la band alla critica. I responsi? Buoni, sembra… anche perché indubbio è il valore di una band che porta avanti un death metal poco compromissorio ma mai banale, denso com’è di variazioni stilate anche grazie all’abilità tecnica dei quattro componenti e ad una voce profonda e leggermente defilata rispetto al classico stile growl. Semmai, a spiazzare è una certa discontinuità della proposta musicale, spiegabile almeno in parte con gli intenti “descrittivi” di quello che a prima vista appare come un concept, o quasi tale. Dico questo perché un brano come “Blind Fiends of the Ancient Evil” ha tutta l’aria di essere un tributo ai migliori Death, con uno stile di chitarra vicinissimo all’inconfondibile stile di Chuck Schuldiner; fin qui nulla di strano (ci sono band ispirate a modelli ben meno blasonati), tranne che l’aura degli autori di “Symbolic” scema improvvisamente dopo questa track, per riaffiorare in forme meno marcate solo su “Premature Burial”, sei tracce più avanti, lasciando per il resto spazio a un tecnicismo più “di maniera” e sicuramente più vario, diretto discendente delle evoluzioni death a stelle e strisce, ma anche vicino ai primi Arch Enemy o agli Entombed di “Clandestine” per le armonie chitarristiche. Ed ecco che i Crawling Chaos riservano per noi pietanze del calibro di “From the Unsafe Shrines Cometh the Abyss”, violentissimo contributo nello stile thrash/death dei Testament anni 2000, del misticismo sandovaliano/azagthothiano di “Let the Vultures Sing Our Deeds” (anche i Morbid Angel erano noti accoliti del maestro di Providence, ai bei tempi), o di “Promised Un-Heaven”, brano in cui emergono insospettabili influenze groove metal nei pur intricati riff presenti. A completare il quadro concorrono l’efficace “Closing the Gates”, con uno stacco tunzettaro che ne diluisce l’iniziale assalto Bay Area, la già citata “Premature Burial” e il suo tipico break in stile Death guidato dal basso e interpretato in maniera personale e quanto mai lugubre, nonché “Manifest of Chaos” e il suo apice definitivo di tecnicismo in ambito estremo. Vi lascio dunque all’autoproclamato Miskatonic Death Metal dei Crawling Chaos, ma immagino siate curiosi di sapere come è stato interpretato il concetto della musica di Erich Zann da Voytenko, Zhukov e dalla band stessa: direi in modo non dissimile da come abbiano già fatto i Megadeth nelle loro progressioni più malefiche o i King Crimson nelle loro improvvisazioni più schizzate. D’altronde, non è da lì che deriva tutto questo?
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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:: Crawling Chaos - XLIX - (Time To Kill Records - 2020)
Sono letteralmente basito dinnanzi a questo album. Difficilmente mi sbottono così già ad inizio recensione, ma ascoltando e riascoltando questo nuovo album degli italiani Crawling Chaos sono sempre più convinto che siamo di fronte ad un disco di altissimo livello, che rasenta il capolavoro e forse lo è anche. Partiamo con ordine: la band in questione è in giro da quasi venti anni, ma ha confezionato sinora solo tre album, includendo anche l’ep d’esordio intitolato “Goatsuckers”, uscito nel 2008. Il primo full-length arriva cinque anni dopo con “Repellent Gastronomy”, e adesso la band pubblica l’album che andrò a recensire, ovvero “XLIX”. In verità quest’ultimo lavoro è uscito nel 2020, ma è meglio recensirlo tardi che mai, vista la qualità della proposta.
In poche parole, questa formazione sembra aver fatto propria la lezione di ogni maestro di ogni sfaccettatura di death metal, da quello più ortodosso e brutale a quello più tecnico e ragionato, fino ad arrivare anche a toccarne il versante più melodico. Non sarebbe facile, in via teorica, far convivere tutte queste sfaccettature, ma nella pratica i Crawling Chaos ci riescono alla perfezione! Questo è dovuto ad una capacità tecnico-compositiva che non può essere messa in discussione. Una band formata da quattro componenti, uno più bravo dell’altro, e ognuno cerca di dare il proprio meglio per offrire canzoni degne di questo nome. Ci sono momenti dell’album dove la band spinge a più non posso, altri momenti dove la rabbia lascia il posto ad una sorta di “pace apparente”, e ci sono momenti dove la band propone qualcosa che travalica persino il concetto di death metal.
Il brano iniziale “My Golden Age” è forse uno dei più melodici del disco, aperto da chitarre che creano una coltre fitta e opprimente per poi amalgamarsi agli altri strumenti e continuando a stupire dall’inizio alla fine. Ma la band vuole dimostrare che l’inizio è un avvertimento e che si comincia a fare davvero sul serio con la successiva “The Prince Is Here”, un brano di death metal vecchia scuola che si presenta brutale come un montante del Mike Tyson che fu, con interessanti momenti dove i Crawling Chaos cercano di inserire qualcosa per spezzare la monotonia, e ci riescono appieno.
Altri pezzi come “Block And A Bloody Knife”, “Ishnigarrab, Or The Awful Offspring Of The Goat” e “Doom of Babylonia” confermano tutto quello che sto cercando di dirvi, ovvero che questa band propone dell’ottima musica e cerca anche di non fossilizzarsi sulle solite formule battute da chiunque, perché forse ha capito che proporre death metal nel 2021 deve essere una sfida, e magari si deve osare un pochino per essere distinguibili, senza rinnegare le radici del genere, che sono comunque ben presenti.
Arriviamo alla fine del disco sfiancati, non solo per la tanta violenza racchiusa in questo disco, ma anche per la mole di elementi che i Crawling Chaos riescono a far convivere, senza mai risultare prolissi. Questo è un grandissimo album, non ho altro da dire. Promossi, e ci mancherebbe altro...
Voto: 8/10
Joker

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