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Reviews - Coldbound
:: Coldbound - The Gale - (Moonlight Productions - 2018)
Se ripenso alle lezioni di Storia dell’Arte di quando andavo a scuola, mi torna spesso in mente un accorgimento che la professoressa amava ribadire. “Quando sentite caldo, pensate a un colore freddo... magari al blu”. Ecco, o fate così... oppure ascoltate i Coldbound: sono state le prime note di “The Gale” a riportarmi alla mente questo episodio, visto che curiosamente è un disco uscito a ridosso della stagione più calda! Sostanzialmente, Coldbound è un progetto nato in Scandinavia e animato dal solo Pauli Souka (anche nei Winterthroned), che si è avvalso man mano di varie collaborazioni nel corso di un’attività iniziata agli albori degli anni Dieci e costellata di dischi ed EP. Il genere è descritto come death metal melodico, anche se siamo lontani da quelli che sono i classici canoni evocati da una simile definizione; la struttura dei pezzi fa infatti pensare alla galassia del black, con componenti atmosferiche apportate dalle orchestrazioni di tastiera di Andras Miklosvari e mediate da varie sfuriate in velocità. Per dire, l’opener “The Invocation” è un episodio tetro e malefico legato a doppia mandata con il depressive black, pur avvalendosi di importanti aperture vicine al death melodico svedese di cui sopra e ricorrendo al contempo alla pomposità epica di scuola norvegese. Un’epicità convogliata anche da un lavoro chitarristico ossessivo e minimale, come è possibile osservare in “Endurance Through Infinity”, un episodio che porta al parossismo il riff costruito sulle note alte, per poi introdurre una strofa profonda e reminiscente del migliore Karl Willets di scuola Bolt Thrower. Anche qui Pauli Souka si conferma pronto a bilanciare parti più “dirette” con parti più cadenzate, prevedendo anche l’inserto delle vocals melodiche di Paulina Medepona su “The Eminent Light”, per una track che si snoda come un’interminabile processione. Mentre i controtempi della title track tentano la carta viking/folk, tocca alla solenne “My Solace” giocare ancora una volta sui contrasti clean/growl, nonché in maniera più velata su variazioni maggiore/minore, fino all’ultima, sofferta, “Toward The Weeping Skies”, cui va il compito di chiudere quest’elegia cupa e gelida. Va detto come la formula dei Couldbound suoni alquanto datata, e soprattutto appaia molto minimalista rispetto alle aspettative odierne in questo genere, ma questo non è di per sé un male; siamo comunque dinanzi a un progetto dalle buone potenzialità, da cui è lecito aspettarsi mosse interessanti in futuro.
Voto: 7/10
Francesco Faniello

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www.facebook.com/coldboundofficial
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