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Reviews - Beny Conte
:: Beny Conte - Il ferro e le muse - (Music Force - 2017)
Il ferro e le muse. Un accostamento che è da sempre caro al movimento neofolk, e chi conosce realtà come gli Hautville lo sa bene. Solo che il “ferro” del titolo di questo disco di Beny Conte non è il metallo protagonista dell’evoluzione umana nei suoi stadi primigeni, ma l’arcinota metafora delle armi, in una guerra che lacera da sempre la terra di origine del cantautore. Siciliano di nascita e abruzzese di adozione, Benedetto (Beny) Conte ha alle spalle un background di studio e formazione che esplica nella sua attività di insegnamento musicale, nonché nella produzione letteraria di cui è testimone proprio il testo “Il ferro e le muse”, uscito per Carabba nel 2016. La comunanza di titoli non è casuale, poiché cinque brani sui dieci presenti nel disco edito per la Music Force sono ispirati ad altrettanti passi tratti dal romanzo omonimo. Ho citato il neofolk, poco fa, ma il riferimento è improprio, poiché siamo qui dinanzi ad un lavoro che combina la tradizione popolare mediterranea (senza dunque contaminazioni mitteleuropee di sorta) con suggestioni provenienti dalla grande tradizione jazz italica, dalla musica d’autore, ma anche dal progressive rock: ne sono testimonianza le orchestrazioni di “Quanno scinni ’a notti”, collocata in apertura, nonché il sagace arrangiamento del canto popolare “Vitti ’na crozza”. Non a caso ho parlato di “orchestrazioni”, poiché Conte (cantante e chitarrista, sostanzialmente) si avvale di un ensemble di archi e fiati, oltre a basso, batteria e pianoforte. Personalmente, ho sentito molta affinità tra questo disco e i lavori delle Corde Oblique, anche se questi ultimi assumono un taglio più... “continentale”, per usare un termine caro ai siciliani. Inoltre, il piglio compositivo e orchestrale di Beny Conte lo colloca vicino a Piovani, inglobando al contempo elementi noir su “L’isola di Buonagente” (che risulta debitrice del miglior Paolo Conte), il pathos (questa volta) tipicamente partenopeo di “Malìa”, la nenia crepuscolare che accompagna “La mafia e li parrini”, senza tralasciare l’impiego di elementi più vicini al rock, come il wah wah delle ritmiche di chitarra che accompagnano la suggestiva “A liggi di lu ferru”, che troverebbe la sua collocazione naturale in un horror di Tim Burton se non fosse amaramente riferita, come gran parte del disco, al clima di omertà e di terrore che dilaga là dove la criminalità e le mafie la fanno da padrone. Un disco molto interessante, che porta con sé il valore aggiunto di una denuncia sociale tagliente e al contempo raffinata, spesso assente di recente ai livelli più “impegnati” dell’ambiente musicale nostrano. Consigliato a chi insegue l’oblio delle atmosfere mediterranee (accentuate dal cantato in siciliano), senza dimenticare l’amaro dolore che la terra natia spesso porta con sé...
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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