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Reviews - Accept
:: Accept - Blind Rage - (Nuclear Blast - 2014)
Se i Black Sabbath sono così definiti i proto-metallers per eccellenza, quindi di seguito i Judas Priest sono gli heavy metallers per eccellenza, gli Accept sono i proto-power metallers per eccellenza! Dobbiamo dire grazie a loro se oggi gente come Helloween, Blind Guardian, Rage e perché no anche i thrashers teutonici come Destruction e Kreator esistono e suonano in quel modo.
La band tedesca è il non plus ultra della teutonicità, delle vere rock star come poche; stiamo parlando di quasi 30 milioni di dischi venduti in tutto il mondo.
Questo è “Blind Rage”, terzo capitolo della loro seconda reunion, quella senza il mitico Udo, oggi sostituito dall’ottimo Mark Tornillo; il migliore dei tre dischi che la band potesse sfornare da quando il singer americano è entrato nella band.
Un disco di puro e sano metal teutonico, denso di quello stile Accept oggi reso vincente da un sound moderno e al passo coi tempi, ma senza snaturare quella potenza e senso del rock’n’roll che li ha sempre contraddistinti e resi unici.
Una band di ultra cinquantenni in piena forma, che fanno rizzare i capelli a qualsiasi metal fighetto che oggi si presenta sul mercato, grazie un set di 11 tracks.
Devo essere sincero, ero rimasto un po’ deluso delle precedenti uscite, ma oggi posso definitivamente ritenermi soddisfatto grazie a questo “Blind Rage”, degno disco che può avere in copertina la scritta Accept; brani che sono degni di essere classici di questa band come l’apri pista “Stampede”, brano che oggi un giovane defender direbbe rubato dai migliori anni dei Primal Fear! Alla potente e cadenzata “Dying Breed”; al rock’n’roll tanto amato di “Dark Side Of My Heart”; al power speed “Trail Of Tears”…
Questo ultima fatica degli Accept è un ottimo disco, di alta qualità e di puro heavy metal teutonico, ma discutendo col collega Francesco Faniello, appunto parlandogli del bel lavoro che questa volta la band ha fatto, mi chiedevo: ma che senso ha non avere Udo?
Ora non voglio fare paragoni, nel senso che Mark Tornillo è abbastanza in gamba e probabilmente anche più bravo del vecchio colonnello del metal, ma a sto punto avere sul mercato due band che sfornano due prodotti pressoché uguali non ha senso!
Prima di chiudere e concludere volevo fare i miei umili complimenti a Wolf Hoffman, chitarrista storico e ormai leader insieme a Peter Baltes, anche lui bassista originario della band, per una prestazione spettacolare!
Allora, giovani e vecchi defenders, che aspettate? Ascoltate “Blind Rage” ultimo nuovissimo disco degli Accept!
Voto: 9/10

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:: Accept - Blood Of The Nations - (Nuclear Blast - 2010)
La storia è sempre la stessa. Cambiare un cantante è la sfida più grande per una band, un giro di boa a cui nessuno vorrebbe mai giungere nel corso della carriera, e che però è molto comune. A onor del vero, gli Accept sono già passati nella loro carriera sotto le forche caudine di un avvicendamento dietro al microfono, in occasione del flop “Eat the Heat” con l’inadatto David Reece e il pronto ritorno all’ovile del fondatore e vero simbolo della band, l’abrasivo e teutonico nanetto Udo Dirkschneider. Questa volta tocca a Mark Tornillo, singer dei true metallers statunitensi TT Quick, a testimonianza della svolta americana di Hoffmann e soci. Se di svolta si tratta, è tale solo dal punto di vista geografico, perché “Blood of the Nations” si presenta come il ritorno definitivo agli schemi tracciati dalla seminale band tedesca negli anni ’80, dopo le timide sperimentazioni sonore degli anni ’90 in occasione della seconda fase con Udo.
L’opener “Beat the Bastards” mette subito in chiaro le cose, con un riff che ricorda alla lontana il classico “Balls to the wall” e una formula sonora che in sostanza ripropone il mix di granitico hard rock e speed metal in salsa crauta, con la consueta attenzione alle linee melodiche dei bridge sugli assoli. “Teutonic Terror” è il primo singolo estratto dall’album, con l’incedere deciso del basso di Baltes a guidare il resto della band e un paio di cori che conferiscono un sapore epico al brano. Uno dei punti più alti del disco, direi. La produzione affidata ad Andy Sneap fa la parte del leone per un lavoro che si presenta scintillante sul fronte del suono, ma tende purtroppo ad annoiare sulla lunga distanza. Questo a causa del numero eccessivo di brani inclusi (12 sono già troppi per una band old school di questa fattura, ma è un’opinione personalissima), e del timbro di Tornillo, che in più punti ricorda quello del suo illustre precedessore senza però godere di quell’esclusivissimo magnetismo che fece la fortuna degli Accept negli anni d’oro. Le tastiere fanno la loro comparsa nella cadenzata “Shades of Death”, e c’è anche spazio per una ballad come “Kill the Pain”, in cui i meno smaliziati vedranno echi degli Helloween di Andi Deris, ma che è figlia delle immortali “Seawinds”, “Breaking up again” e “The King”, storici contributi Accept ai lenti delle feste di fine anni ’80…
Si torna allo speed metal con le grintose “Rollin’ Thunder” e “Pandemic”, impreziosite da assoli che testimoniano una continua crescita tecnica da parte del combo, e si scivola nel ruffiano in occasione di “New World Coming”, che risente un po’ troppo dell’influenza a stelle e strisce. Cosicché, quando si giunge a “Bucketful of Hate”, il dubbio emerge chiaro. Qual è stata la vera ragione del successo degli Accept negli anni ’80? La loro formula proto-speed, mischiata ad una tradizione melodica che era figlia di un decennio di storia dei conterranei Scorpions? Personalmente non ho dubbi, e passatemi il giudizio un po’ blasfemo. I Motorhead senza Lemmy sarebbero un ricordo impolverato di rock’n’roll un po’ caciarone, e allo stesso modo il vero fulmicotone degli Accept non risiedeva nei loro riff a mitraglietta, ma nella voce di Udo. Con lui dietro il microfono, “Blood of the Nations” sarebbe stata un’altra storia.
Voto: 7/10
Francesco Faniello

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:: Accept - Restless And Live - (Nuclear Blast - 2017)
Se cercavate uno scettico nei confronti del “nuovo corso” degli Accept iniziato nel presente decennio, eccomi. Riservai a “Blood Of The Nations” un’accoglienza un po’ freddina più per spirito di bandiera che per la reale considerazione del valore del disco, fui pronto a ricredermi con il mastodontico “Stalingrad” e tuttavia lasciai di buon grado l’onore di esaminare il successivo “Blind Faith” al buon Antonio Abate. Alla fine di tutta questa manfrina, arrivai ad affermare che se c’era una band degna di essere intercettata dal vivo, questi erano gli Accept: bene, non ho ancora provveduto personalmente, ma questo live mi sembra la migliore risposta all’evoluzione (positiva) della mia teoria. Prima di iniziare, un po’ di nozioni: “Restless And Live” esce in DVD e doppio cd e cattura la performance della band al “Bang Your Head!!!” del 2015, poco dopo l’entrata in formazione di Uwe Lulis e Christopher Williams al posto degli uscenti Frank e Schwarzmann. Personalmente ho disponibile solo la versione in cd, anche se è sufficiente (insieme ai video lanciati come teaser dalla label) per avere conferma di come l’energia degli Accept sia lì, immutata e incredibilmente elevata per una band che ha attraversato un numero considerevole di decadi. Se resta evidente sin dalla scelta del nome del disco (mutuato dallo storico “Restless And Wild” del 1982) l’affezione di Hoffmann e Baltes per la gloriosa tradizione anni ’80, l’attacco affidato alla triade “Stampede”, “Stalingrad” e “Hellfire” mette subito in chiaro che la pur blasonata storia della band non prende mai il sopravvento ma apre al succitato nuovo corso senza soluzione di continuità. Certo, i vecchi fan non potranno non gioire per l’inclusione di autentiche chicche come “Demon’s Night” e “Flash Rockin’ Man”, nonché per i capisaldi storici come “Starlight”, “Balls To The Wall”, “Fast As A Shark”, “Metal Heart” e la stessa “Restless And Wild”... impossibile però fare a meno di notare che pezzi come “Teutonic Terror” e “Shadow Soldiers” sono entrati a pieno titolo nel novero dei classici, a testimonianza del fatto che i tedeschi stiano vivendo ora. uno dei periodi più entusiasmanti della loro gloriosa carriera. Per il resto, tutto è come potete immaginarvelo: la band dà il massimo, Tornillo si mostra pienamente a suo agio sui vecchi classici, e Hoffmann riveste sornione i panni del perno indiscusso della sua poderosa macchina da guerra, sia da solo (“Stampede” e “Metal Heart” i suoi highlights, a testimonianza di una formazione classica e rigorosa) che in coppia con il buon Lulis, in una memorabile versione dilatata di “Fast As A Shark”. Ora, non so giudicare se questo sia il miglior disco live degli Accept (ricordo vagamente lo storico “Kaizoku-Ban”, mentre non ho mai ascoltato il doppio “All Areas – Worldwide”) ma le ventisette tracce incluse sono un documento che la dice lunga sull’ottimo stato di salute del combo di Solingen. Il mio unico cruccio? Anche questa volta me li perderò dal vivo... voi, se potete, ovviate!
Voto: 8,5/10
Francesco Faniello

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:: Accept - Stalingrad - (Nuclear Blast - 2012)
Ebbene sì, gli Accept sono di nuovo tra noi. Il successo strepitoso e insperato di “Blood of the Nations” ha di sicuro portato giovamento all’attività dell’inossidabile quintetto teutonico, e ha messo in chiaro un principio fondamentale: la reunion attuale va oltre gli entusiasmi del momento, e sembra proprio poggiarsi su solide basi, sicuramente più durature del non proprio memorabile periodo 1992-1996, teatro del ritorno di Udo dopo l’esperimento “americano” di “Eat the Heat”. Cenni storici a parte, “Stalingrad” si mostra anche più maturo del suo predecessore e vive di vita propria, nel senso che non ha bisogno di fare leva sui pur ricorrenti richiami al glorioso passato per essere apprezzato a dovere. In primis, la voce di Tornillo acquisisce qui maggiore personalità, aggiungendo dunque a tracce come “Shadow Soldiers” e “The Galley” il giusto pathos atto a sottolinearne l’incedere narrativo, e soprattutto raccogliendo a piene mani la pesante eredità di Udo, qui gestita in maniera esemplare. Inoltre, le indiscusse capacità tecniche di Frank e Hoffmann sono qui poste sempre più in risalto, senza però che l’amore per le poche note d’effetto venga mai a scemare nei talentuosi axemen. Intendiamoci: l’opener “Hung Drawn and Quartered” fa il paio con “Beat the Bastards” nel suo ruolo di opener monolitica e tradizionale, ma appare evidente sin dalle prime note un’indulgenza verso le forme più classiche del metal, con tratti di epicità più marcati rispetto alla media della produzione della band tedesca. Senz’altro, la mano di Andy Sneap si fa sentire in maniera decisa e guida la band sulle scelte stilistiche che caratterizzano la title-track “Stalingrad”, densa di atmosfere descrittive e di quelle forme di psichedelia applicata al metal che ricordano gli Anthrax o i Megadeth degli anni ’90, con variazioni arpeggiate ad effetto nel bridge. Non mancano i cori e soprattutto la citazione all’inno sovietico, una scelta stilistica che richiama quanto già sperimentato in “Metal Heart”, ma che soprattutto ci fa pensare a quanto fatto da Tchaikovsky, che nella sua “Ouverture 1812” scelse di inserire un frammento dell’inno francese per sottolineare l’atmosfera del campo di battaglia. In effetti, sembra quasi che gli Accept abbiano giocato la carta del concept con “Stalingrad”, vista la comunanza di intenti di molte delle tracce incluse e l’atmosfera generale, molto più oscura e riflessiva rispetto a “Blood of the Nations”.
Stupisce come l’album riesca ad essere vario e a presentare sempre nuovi spunti di interesse, come nelle già citate “Shadow Soldiers” e “The Galley”: la prima caratterizzata da un incedere possente che si stacca dal classico stilema della ballad al crauto per riecheggiare epica, la seconda permeata di riff ossessivi ed oscuri che trovano la naturale soluzione nell’arpeggio finale, costruito sul tema dell’incipit dell’album quasi in chiave di leitmotiv wagneriano. Una menzione particolare va come sempre al buon Peter Baltes, che rappresenta la classica marcia in più con le sue taglienti linee di basso. In conclusione, “Stalingrad” conferma quanto di buono detto nel precedente episodio, con una band che mostra di avere ancora tante frecce al suo arco; a dirla tutta, manca il brano “di punta” in stile “Teutonic Terror”, ma non si può avere tutto: Accept this!
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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:: Accept - The Rise Of Chaos - (Nuclear Blast - 2017)
È evidente: Wolf Hoffmann e la gentile consorte Gaby Hauke ci avevano visto giusto, in termini di longevità da assicurare alla band, nella scelta di Tornillo dietro il microfono per i redivivi Accept degli anni Dieci. Tralasciando i risultati artistici nello specifico, i fatti parlano da sé: quattro dischi in studio, un 2017 con doppia release (vista la pubblicazione di “Restless And Live”!), un livello qualitativo elevato e soprattutto una continuità che probabilmente la band non aveva mai conosciuto, nel bene e nel male. Eh sì, perché gli Accept che tutti conosciamo oggi sono figli dell’evoluzione di quell’hard’n’heavy ammantato di kraut rock degli esordi, progressivamente induritosi fino a dettare le coordinate stesse dello speed e a rappresentare un fulgido esempio di proto/thrash metal. Va da sé che il periodo “classico” con Udo alla voce aveva visto lo svolgersi di questa fase evolutiva, mentre ora il marchio di fabbrica di Hoffmann e Baltes è già bello e definito, con il “nuovo corso” votato a scrivere sempre nuove pagine di metallo cromato e abrasivo, degno erede di quella dirompente energia già sprigionata da “Restless And Wild” e “Metal Heart”. Introduzione doverosa, questa, per affermare che “The Rise Of Chaos” è un ottimo disco con un unico difetto, quello di rischiare di essere considerato un capitolo “di maniera” nella discografia della band. Orbene, non è che gli Accept siano mai stati maestri di innovazione, ma l’impressione è che in questo lavoro cerchino di ricalcare da vicino la formula che ha già fatto la fortuna di “Blood Of The Nations” e “Stalingrad” senza presentarne gli highlights, che poi sono quelli che rendono memorizzabile (e, se vogliamo, “epocale”) un disco. Intendiamoci, la coppia d’attacco “Die By The Sword” / “Hole In The Head” è di fattura pregevole, pur bissando il fortunato schema già visto all’opera in precedenza, che vede un’opener a suo modo catchy seguita da un brano granitico e incredibilmente heavy. Un ultimo appunto va fatto al mid tempo di “Koolaid”, in cui il quintetto cerca di riproporre la formula di “Teutonic Terror” senza riuscirci, e personalmente i nei di “The Rise Of Chaos” finiscono qui. Godetevi pure il divertente ritorno del flavour hard rock in salsa crauta su “Analog Man” (una track il cui riffing fa pensare alla storica “Screaming For A Love Bite”), il riffing puro e di classe di “What’s Done Is Done”, nonché due tracce da manuale come Worlds Colliding e “Carry The Weight”, poste a testimonianza dell’ottimo gusto melodico degli Accept di oggi, ancor più evidente che in passato. E la Storia continua, inesorabile...
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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